Newsletter di Mario Pagliaro, 18 maggio, 2006:

Autosdrade: fuori 3

Sommario:
Dopo Bnl, Antonveneta e buona parte del capitale delle grandi banche anche Autostrade finisce in mani estere. Esito di privatizzazioni postsovietiche alle quali occorre rimediare.

Seicentoventitre milioni di euro di plusvalenza oggi. E domani, quando e se converrà vendere anche il residuo 23 per cento del capitale azionario, il resto. Finisce così nelle mani della società spagnola Abertis la rete autostradale italiana data in concessione ai privati nel 1998 per i futuri 40 anni.

Percorro l’autostrada da Roma a Milano. Pago quasi 100 euro di pedaggi ma l’autostrada è in condizioni semidisastrate. Vendere a produttori di maglioncini colorati forse non fu la scelta più “strategica”, come si direbbe nell’usurato linguaggio manageriale.

Il senatore Luigi Zanda, al solito efficace, va al punto: «I Benetton vendono perché sono in ritardo clamoroso con gli investimenti. Su 4 miliardi del piano decennale previsto dagli accordi, ne hanno spesi si è no qualche centinaio. È ora che lo stato ritiri la concessione».

L’ennesimo esempio del fallimento della politica delle privatizzazioni offre lo spunto per qualche riflessione di carattere più generale; ne parlo con Giuseppe De Rita a Palermo al seminario dedicato a Marcello Carapezza: «Chi la fa la logistica con i porti e gli interporti? Chi la fa, la modernizzazione di questo paese, senza lo Stato? Se chiudono il Frejus o il Brennero siamo fottuti. E che li fa i trafori, i privati?»

E aggiunge: «Il declino delle Partecipazioni statali iniziò con lo sfascio della loro immagine pubblica e con frantumazione della dimensione di un potere che non era più compatto. In Enel, Eni, Stet, Finmeccanica e Fincantieri dove il potere invece era compatto, il crollo non c’è stato e queste oggi sono le uniche grandi imprese internazionali italiane. Lo sfascio di immagine fu così grande che quando hanno venduto, lo hanno fatto in modo straccione: la Stet è stata venduta 16mila miliardi.

Colaninno 2 anni dopo l’ha pagata a debito 60mila miliardi; e 2 anni dopo lo stesso Colaninno ha rivenduto per fare la plusvalenza a Tronchetti a 120mila miliardi il quale, avendola comprata a debito, oggi sta con l’affanno perché con le bollette può solo ripagare i debiti. E con Autostrade è stato lo stesso. Da un anno e mezzo Benetton fa profitti; ma quello che guadagna è il frutto degli investimenti dello Stato».

Pochi mesi prima, intervenendo allo stesso seminario, il concetto lo spiegava ancora Francesco Giavazzi: «I Benetton sono un caso esemplare di come la rendita distrugga l'imprenditorialità. Questa famiglia straordinaria che con un’idea semplice – colorare i golfini mantenendone in magazzino uno stock di colore grigio e poi colorandoli sulla base della domanda – ha conquistato il mondo, che cosa ha fatto dei soldi guadagnati? Si sono messi a riscuotere i pedaggi autostradali e i golfini sono diventati irrilevanti per il loro bilancio, lasciando il mercato a Zara dove le mie figlie adesso vanno a comperarsi il vestiario».

E aggiungeva, Giavazzi: «Un paese che crea molte rendite dà un incentivo alle persone intelligenti non a fare le cose che servono alla crescita, cioè l'innovazione, ma ad occuparsi delle rendite. Nessun imprenditore italiano è interessato a comprarsi la Finmeccanica; mentre fanno la coda per acqua, luce, gas e telefoni che, operando in regime di monopolio solo sul mercato interno, non devono fronteggiare nessuna concorrenza internazionale».

Privatizzazioni postsovietiche

Con la stessa onestà intellettuale del professor Giavazzi -- che pure ebbe un ruolo importante nelle privatizzazioni degli anni novanta -- dobbiamo riconoscere che si trattò di privatizzazioni in stile postsovietico.

Ma anche in Russia, il colonnello Putin, divenuto presidente, ha rinazionalizzato gli immensi giacimenti naturali di quel paese e sottratto le rendite ad avidi oligarchi finiti a 38 anni a divertirsi con le squadre di calcio in esilio.

Ma con il petrolio a 75 dollari al barile, un debito pubblico fuori controllo, il sistema produttivo in cronica crisi e i giovani migliori in fuga all’estero, sembra proprio venuto il tempo che anche in Italia si ripensi ad un ruolo dello Stato come soggetto e motore dello sviluppo.

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