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Mario Pagliaro Marzo, 2016:
"Signor direttore -- scriveva al direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara -- Me
ne stavo andando dal dentista, quando ho letto uno Pseudo Alvi. Già nel
mio esistere medio adriatico, come saprà, ho varie stranezze e una
certa patologica fantasia.Il risultato sono 2 libri di straordinaria originalità scritti "ricercando una fantasia che fosse superiore alla logica", e che ne fanno il più grande economista italiano: Le seduzioni economiche di Faust (1989) e Le siècle américain en Europe 1916-1933 che scrive e pubblica in francese nel 1995.
Con una scrittura vertiginosa e aforistica che pure risente
dell'influsso dell'amato scrittore palermitano Antonio Pizzuto, Alvi
spiega ricorrendo a "modi inattuali" la mediocrità
della Scuola economica imperante e l'importanza, per la nuova epoca che
verrà, di Solovev e del principe Myskin.
Ancora, vi teorizza l'attualità del pensiero sociale di
Steiner e spiega perché il dono sia
elemento
centrale della vita economica, come ad esempio in Italia dove i
genitori donano ai figli una gioventù libera pagandogli tutto fino
agli studi universitari, e oltre.
Poi, restituisce un'analisi della storia economica del XX secolo -- la rivoluzione russa e i banchieri americani, Gesell, Il Dr Zivago, il "perfido" Hjalmar Schacht che finanzia l'ascesa al potere degli "hitleriti" -- che lascia il lettore interdetto quanto incuriosito.
Tornato in Italia, vivendo Voltaire che invitava gli intellettuali a "vivere il proprio tempo" inizia a scrivere sui giornali (Repubblica, Corriere della Sera e infine per il Giornale), pure da lui spesso liquidati come venali "gazzette" riprendendo Raffalovitch, principe e ambasciatore di Russia a Parigi che ne L'abominable vénalité de la presse française (1931) raccontava come i giornali francesi gli chiedessero denaro per scrivere articoli accomodanti sulla Russia.
Nel piccolo e sorprendente Uomini
del
Novecento scrive
pure di Jim
Morrison di cui
cita i versi raccontandone la vita.
Quindi, interviene ad un ennesimo congresso sulla scuola di fronte all'allora Ministro Lombardi e spiega come:
"Rimediare a molti dei grotteschi difetti del presente implica una radicale riforma dei modi e dei luoghi, dove dovrebbero educarsi, e invece si sono per lo più diseducate, le nostre élites, dalla minima delle maestre al massimo dei ministri.
"Anche per questo è inevitabile che ci si preoccupi in un simile convegno di istruzione. E per farlo in modo spregiudicato e sano qualcuno dovrà pur dire quella che un’altra non meno palese evidenza: in Italia i servizi pubblici servono a tutti meno che a quelli i quali dovrebbero beneficiarne.
"E che l’università sia tutta persino negli orari, nella forma delle aule, congegnata per adattarsi ai tornaconti o alle smanie dei docenti è evidente. Nel migliore dei casi è una inutile parata; in cui solo a fatica e solo i più volenterosi o ricchi riescono a ritagliarsi una nicchia. Quanto ai meriti poi di questi geni sempre sdegnati qualcuno dovrà pure ricordare che la gran parte degli attuali ordinari si è ritrovata reclutata nell’università attraverso sanatorie; memorabile quella del 1979.
"E forse che alla base dell’albero le cose vanno meglio? Tutt’altro. Si spieghi a uno svizzero, a un olandese, nazioni modelli di pedagogia, che in Italia ci sono i “moduli”, che a classi svuotate, d’una decina di bambini, tocca di sorbirsi tre maestri per classe. E che all’origine di questa novità c’è la solerzia sindacale e il burocraticume ministeriale che hanno inventato l’espediente per salvare l’occupazione.
"Adriano Olivetti attuò un sistema in cui vigeva la regola: socializzare senza statizzare. Se, davvero, si vogliono nuove elites, un’Italia attenta al meglio dell’Europa, sarà bene dunque ammettere, ricordandolo, che pubblico e statale non sono parole che s’implicano a vicenda".
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