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Newsletter di Mario Pagliaro
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Umbro. Da quarant'anni residente a Milano dove dirige il mensile Prima Comunicazione, Umberto Brunetti è il giornalista pioniere che nel 1973 fonda la prima rivista dedicata alla comunicazione in Italia.
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Parlare di comunicazione venti
anni fa era un rischio. Alcuni nostri soci confesseranno di
aver creduto che volessi fare un giornale sulla telefonia, o
simili. In realtà la risorsa della informazione - che noi
consideravamo un'atomica pronta a esplodere - ai giornalisti,
sacerdoti accreditati all'uso di quella straordinaria
forza,
sembrava risultasse, più che altro, una tessera da club che
consentiva di infilare a poco prezzo il dito nel barattolo
della marmellata".
"Quella materia prima, quella energia inesauribile e a bassissimo prezzo a noi apparivano invece come un potere così critico che era inconcepibile considerarlo l'esclusiva di una sola corporazione, il segreto di una confraternita di fattucchieri trasmesso di padre in figlio. E non passerà, infatti, molto tempo che i giornalisti e la loro corporazione verranno travolti, spodestati e accantonati nella televisione da gruppi di potere che non vogliono garzoncelli scherzosi e pericolosi tra i piedi.
"Ma di questo confino professionale i giornalisti
non si sono accorti. Rintronati dalla propria voce, percorrono
con disinvoltura i corridoi di un palazzo che non gli
appartiene più. Prima nacque, dunque, non come un giornale
per i giornalisti, ma come cronaca dell'informazione e
dell'uso che la società ne faceva." Giunto al numero 313, Brunetti continua a scrivere con stile céliniano per spiegare con ironia e competenza al pubblico (e non solo agli specialisti) cosa è e cosa sta dietro l'attività di business chiamata editoria nella società di massa italiana. Ed ha voluto che anche nel sito web della rivista, comparisse la storia di Prima anche per mostrare le difficoltà nel creare e sostenere un giornale in Italia. Fogli per appunti"Per quanto riguardava le locandine, beh, quella era una storia complicata: bisognava stamparle, avere degli ispettori della casa editrice che andassero in edicola ad appenderle. Gli stessi che controllavano se il giornale era fuori, se era ben esposto, se era in posizione concorrenziale. E tutto questo se l'edicolante era d'accordo. Se diceva no, niente da fare. "Voi, naturalmente, non le avete sbarrate le locandine?", chiese quel signore. |
Visto che non capivamo, sospirò, e tirò fuori dalla borsa una locandina. La girò: la schiena della locandina era stampata con un fitto reticolato di rigoni neri, come un tessuto a trama larga. Continuavamo a non capire. "Se non fate così", si decise a spiegarci alla fine, "gli edicolanti tagliano le locandine e ne fanno dei fogli per appunti".
"Dopo quella prima esperienza, non abbiamo stampato più mezza locandina. Soprattutto da quando gli edicolanti, sette o otto anni fa, hanno deciso per conto loro, senza nessun intervento da parte nostra (del resto inutile), di esporre Prima, in bella vista sul banco, accanto a Panorama ed Espresso. In quella prima settimana imparammo altre cose. Ci telefonava qualche nostro amico: "Non riesco a trovarlo. L'edicolante dice che è esaurito".
Cuore in gola, con qualche dubbio. Provavamo anche noi. "Esaurito", rispondevano due edicole su quattro. Pazzesco, pensavamo. Ma con qualche dubbio.
"Poi capimmo. Fu quando un edicolante, da cui spesso compravamo i quotidiani, ci rispose: "Prima? Aspetti... Si chinò, scomparve dalla nostra vista. Lo sentivamo armeggiare, sputando il fiato. Alla fine tornò alla luce con un pacco di copie di Prima ancora legato: "È questo qui?", domandò tenendo il pacco sospeso per un capo della corda, come un pantegana morta. Alessandra Ravetta ed io, ammutoliti, pallidi come cenci, cominciavamo a capire.
Ma come mai, tentammo con voce pigolante, molti suoi colleghi dicono che è esaurito? L'edicolante da gentile diventò addirittura affettuoso: Sa quanti giornali ci scaricano addosso? Saranno tre o quattromila. Se li dovessimo mettere tutti sul banco!... Ci mettiamo solo quelli che ci danno pane, primo, secondo, dolce e frutta. Diciamo Corriere, Espresso, Gente, Grazia... Quei miei colleghi vi rispondono che il vostro giornale è esaurito perché non vogliono rotture di coglioni e gli fa fatica chinarsi per vedere se tra i pacchi infognati tra i piedi c'è anche il vostro".
Trenta anni dopo Prima è un appuntamento mensile irrinunciabile per chiunque si occupi di comunicazione a livello professionale (e quindi per le imprese italiane per le quali l'informazione ha valore strategico) ma anche per chi più semplicemente voglia comprendere -- nel Paese dove il più grande editore è anche Presidente del Consiglio dei Ministri -- il senso e l'evoluzione del settore industriale che orienta scelte, cultura e comportamenti delle persone.
Editoriali, analisi, notizie, interviste, rubriche taglienti ma garbate firmate da "Pit Bull"; Brutus", e "Smile"; aggiornamenti su quotidiani, periodici, radio, televisione, Internet, case editrici ed interventi esterni come quello splendido di Carlo de Blasio su Mike Bloomberg nell'ultimo numero e poi anche i dati analitici di ascolto della radio, audience televisivo, diffusione dei giornali e dei periodici, i bilanci delle società di raccolta pubblicitaria: tutto nel segno della sintesi, dell'accuratezza e della profondità in un giornale formato A4 a colori che è anche un esempio dal punto di vista della pulizia della grafica e dell'impaginazione (si notino per esempio le fotografie e le didascalie che le accompagnano).
Ma soprattutto, Prima era e resta un importante contributo culturale alla crescita della democrazia e della partecipazione basata su un informazione dietro le quinte che è importante anche solo per vivere il nostro tempo capendo.
"Vogliamo dire -- scrive Brunetti nel numero di dicembre -- che un'operazione come quella annunciata dalla Fiat avrà preso il via a inizio 2001? Consultazione con famiglia, accordi con Ifi e Ifil, con gli azionisti della General Motors; poi la grande partita con le banche... E i giornalisti? ron ron! Hugo Dixon, Peppino Turani? ron ron! Ninnaò, ninnaò, questo tonto a chi lo dò...E invece volpi acutissime quando si stratta di scovare cosa sta facendo la Tecnogym".
La bella intervista di Cristiano Lovatelli Ravarino a Massimo Fini su Il giornalismo italiano.
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