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"Signor direttore -- scriveva ancora qualche giorno al direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara -- Me ne stavo andando dal dentista, quando ho letto uno Pseudo Alvi. Già nel mio esistere medio adriatico, come saprà, ho varie stranezze e una certa patologica fantasia. Anche perciò l’esistenza di un ammiratore che si firma sul Foglio a nome mio, collazionando miei brani, non aiuta il mio senso della realtà, già precario. Dunque grazie di avermi fatto falsificare ancora in vita, come neppure riuscì allo Pseudo Aristotele: una consacrazione. Ma la prego non insista. I miei migliori saluti" |
Ferrara subito gli replicava:
"Gentile Alvi, il divertimento di beffare gli estensori dell’apocrifo, distraendoci con leggerezza a spese di un uomo di spirito, quale lei è, ha prevalso su tutto. Gli estensori, persone di spirito anche loro, non potevano sapere che nei nostri messaggi privati ci diamo del tu da molto tempo.
E nel biglietto d’accompagno al direttore, in testa al saggio dello Pseudo Alvi, oltre a vari altri indizi di falsità, mi davano a sua firma del “Lei”, ciò che risultava enfatico e, appunto, apocrifo. Abbiamo scartato la soluzione banalotta di comunicarle il falso e chiudere lì la faccenda. Perché il testo aveva qualcosa (oltre alla collazione di suoi scritti) di sinceramente divertito. E farlo arrivare ai nostri smagati lettori era una tentazione. Anche noi (modestamente) a tutto sappiamo resistere tranne che alle tentazioni. (Ti saluto, caro Geminello)".
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Marchigiano di Ancona, classe 1952, il grande economista e letterato Geminello Alvi inizia la carriera di ricercatore presso la Banca dei regolamenti internazionali a Basilea, un'oasi di pace e di studio di cui approfitterà visitandone spesso la biblioteca, forse la migliore al mondo nel campo dell'economia. Là approfondisce le sue intuizioni rileggendo Goethe, Steiner e Dostoevski insieme ai testi della Scuola storica tedesca dell'economia di Sembler, e pure i verbali delle riunioni e degli incontri fra i governatori delle Banche centrali fino alle crisi devastanti degli anni '30. Il risultato sono 2 libri di straordinaria originalità scritti imitando Goethe "ricercando una fantasia che fosse superiore alla logica", e che ne fanno con Marcello De Cecco il più grande economista italiano vivente: Le seduzioni economiche di Faust (1989) e Il Secolo Americano (che pubblica in francese nel 1995). Con una scrittura vertiginosa e aforistica che pure risente dell'influsso del suo amato scrittore palermitano Antonio Pizzuto, Alvi spiega ricorrendo a "modi inattuali" la mediocrità della Scuola economica imperante e l'importanza per la nuova epoca che verrà, di Solovev e di Adriano Olivetti, del principe Myskin e di Sorokin. Ancora, vi teorizza l'attualità del pensiero sociale di Steiner e spiega perché il dono sia elemento centrale della vita economica, già chiaramente in Italia dove i genitori donano ai figli una gioventù libera pagandogli tutto fino agli studi universitari e oltre. E poi ci restituisce un'analisi della storia economica del XX secolo -- la rivoluzione russa e gli intrecci fra Silivius Gesell e i banchieri americani, il perfido Hjalmar Schacht che finanzierà l'ascesa al potere di quella setta che chiama giustamente "gli hitleriti" -- che lascia il lettore tanto interdetto quanto incantato. Tornato in Italia, vivendo Voltaire che invitava gli intellettuali a "vivere il proprio tempo" inizia a scrivere sui giornali (Repubblica, Corriere della Sera e oggi per il Giornale) e appare in Tv (commentando l'economia a TMC e poi in vari canali). L'abominable venalitè de la presseIn realtà, Alvi disprezza la stampa italiana. |
Ma la usa per veicolare ai suoi residui lettori -- meno di 6 milioni di quotidiani al giorno nel 2007 -- le sue idee desuete. Ha, per dire, letto e commentato L'abominable vénalité de la presse in cui nel 1931 il diplomatico russo Raffalovitch raccontava come i giornali francesi gli chiedevano denaro per scrivere articoli accomodanti sulla Russia prerivoluzionaria.
Un uso certamente ancora in voga presso buona parte della stampa mondiale.
Nel piccolo e sorprendente Uomini del Novecento scrive pure di Jim Morrison di cui cita i versi raccontandone la vita. Quindi, interviene ad un ennesimo congresso sulla scuola di fronte all'allora Ministro Lombardi e spiega come:
"Rimediare a molti dei grotteschi difetti del presente implica una radicale riforma dei modi e dei luoghi, dove dovrebbero educarsi, e invece si sono per lo più diseducate, le nostre élites, dalla minima delle maestre al massimo dei ministri. Anche per questo è inevitabile che ci si preoccupi in un simile convegno di istruzione. E per farlo in modo spregiudicato e sano qualcuno dovrà pur dire quella che un’altra non meno palese evidenza: in Italia i servizi pubblici servono a tutti meno che a quelli i quali dovrebbero beneficiarne.
E che l’università sia tutta persino negli orari, nella forma delle aule, congegnata per adattarsi ai tornaconti o alle smanie dei docenti è evidente. Nel migliore dei casi è una inutile parata; in cui solo a fatica e solo i più volenterosi o ricchi riescono a ritagliarsi una nicchia. Quanto ai meriti poi di questi geni sempre sdegnati qualcuno dovrà pure ricordare che la gran parte degli attuali ordinari si è ritrovata reclutata nell’università attraverso sanatorie; memorabile quella del 1979.
E forse che alla base dell’albero le cose vanno meglio? Tutt’altro. Si spieghi a uno svizzero, a un olandese, nazioni modelli di pedagogia, che in Italia ci sono i “moduli”, che a classi svuotate, d’una decina di bambini, tocca di sorbirsi tre maestri per classe. E che all’origine di questa novità c’è la solerzia sindacale e il burocraticume ministeriale che hanno inventato l’espediente per salvare l’occupazione.
Adriano Olivetti attuò un sistema in cui vigeva la regola: socializzare senza statizzare. Se, davvero, si vogliono nuove elites, un’Italia attenta al meglio dell’Europa, sarà bene dunque ammettere, ricordandolo, che pubblico e statale non sono parole che s’implicano a vicenda".
Ma il suo scrivere non si limita certo all'esortazione; fonda il bimestrale Surplus -- che chiuderà rapidamente -- e spiega perché per lui il partito dei DS sia ormai un partito di amministratori locali appenninici impegnati nel sottogoverno.
Rende chiaramente le ragioni e i modi con cui negli ultimi 10 anni le politiche economiche in Italia abbiano di fatto favorito la rendita; non crede nell'euro (un "sogno napoleonico") e dopo essere stato consigliere del Governatore Fazio che lo legge ammirato subisce il fascino grande di un altro intellettuale -- grande, ma volubile ed ansioso -- quale è Giulio Tremonti.
Ne diviene consigliere durante la lunga gestione di Tremonti delle finanze pubbliche nel II e III Governo Berlusconi. La sua prosa da gentile si fa aggressiva; malia, direbbe lui stesso, della prossimità al potere. E tanto più a quel potere del denaro dal quale lui ha messo in guardia nel suo capolavoro del 1989 Le seduzioni economiche di Faust.
Nel 2007 scrive la prefazione al libro di Caprotti Falce e Carrello sui privilegi delle cooperative nella grande distribuzione: ".. questo di Caprotti non è un libro di vile polemica politica, di quelle che ogni sera ci tocca di digerire solo aprendo la Tv... È piuttosto uno splendido trattato di economia, il cui criterio di verità è il bilancio di una vita. Chi lo leggerà, se onesto, se ne sentirà contagiato e infine persuaso".
Le cose cambieranno;e l'Italia supererà presto le scorie dei pensieri totalitari che ne hanno avvelenato la storia per tutto il XX secolo.
Allora, molto presto, l'Italia ritroverà in Geminello Alvi un intellettuale profetico il cui pensiero illuminerà l'azione di molti; soprattutto ai non economisti e ai non letterati.
Buon tutto, Geminello.
I corsi di formazione manageriale del Quality Tour e il libro di Mario Pagliaro, Scenario: Qualità.
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