Newsletter di Mario Pagliaro, 18 luglio, 2006:

Per un Istituto italiano di management

Sommario:
La creazione dell'Istituto nazionale di management è una necessità: senza, l'Italia uscirà presto dal gruppo dei Paesi più avanzati del mondo.

«Management, management, management. Il nostro è un problema di management non all’altezza». commentava deluso (ma non sorpreso) Marco Vitale in occasione della cessione della siderurgia Lucchini ai russi di Severstal avvenuto a febbraio.

Allo stesso modo, passando la mano ai nuovi proprietari, il patron della Aprilia si lamentava di «questi professoroni della Bocconi che ho assunto come consulenti: Me ne avessero suggerita una giusta…».

Siamo nel 2006: l’Iri e le sue controllate – incluse le Banche di interesse nazionale -- sono state liquidate nei primi anni ’90; e con esse le scuole dove si formava la classe manageriale italiana.

Da 15 anni, quindi, continuiamo ad essere l’unico fra i grandi Paesi industrializzati ad essere privi di un Istituto nazionale di management (Iim); mentre ancora lo scorso gennaio a Berlino il nuovo cancelliere inaugurava le lezioni del nuovo Istituto europeo di management e tecnologia («vogliamo fare concorrenza al modello e alla cultura manageriale americana», dice il suo direttore).

Eppure, letteralmente assediate dalla ipercompetizione internazionale, le imprese italiane – piccole e grandi -- hanno l’urgente necessità di aumentare radicalmente la produttività, di innalzare la qualità dei prodotti; abbattere i tempi di produzione e dotarsi di capacità logistiche nuove. E quindi di attrarre a sé i giovani più capaci sia italiani che stranieri.

Ma con 2 sole Università private (a Milano e a Roma) frequentate essenzialmente dai figli degli imprenditori del Nord e dei notabili del Sud, e con i minuscoli Dipartimenti pubblici di economia delle 82 (!) Università nazionali, le nostre imprese non riescono a trovare i manager capaci di trasformarle in questo senso.

Con 3 sedi sul territorio nazionale (ad esempio: Verona, Pesaro e Catania); con un sistema di selezione degli studenti basato solo su merito e attitudini, frequenza obbligatoria e gratuita come avviene alla Scuola Normale di Pisa, l’Istituto darebbe in pochi anni all’Italia una classe manageriale necessaria alle imprese riempiendo il grave vuoto formativo attuale che è uno dei principali fattori che determinano il declino del sistema produttivo italiano.

«L’Istituto nazionale di management da noi non nasceci spiegava Giuseppe De Rita a febbraio al Cnr di Palermo -- perché i professori di diritto non lo consentono.

«L'Istituto era stato progettato e doveva essere la Scuola superiore della pubblica amministrazione nata con il governo Moro, ministro Giuseppe Medici. Si era già pensato alla Reggia di Caserta come sede della Scuola. Lo dico perché ero nel comitato scientifico con Gino Martinoli, allora il più grande esperto di organizzazione e management d'Italia.

«Dopo 6 mesi di rottura di scatole ci dimettemmo perché i professori universitari di diritto costituzionale volevano essere i padroni; e ancora oggi in via Diaz a Roma presso la sede della Scuola ci sono loro. Nel '64-'65 la battaglia fra questi dodici professori e noi 2 amici del ministro finì male. Nel 1964 noi parlavamo di macroeconomia e loro dicevano: 'ma che è 'sta macroeconomia?' E questo quando il Banca d'Italia avevano già fatto il loro, di modello macroeconomico. Se volevamo fare i seminari andava bene, ma niente insegnamenti».

Forse, giunti alla metà del 2006 all’inizio della nuova Legislatura, i nostri parlamentari comprenderanno che è giunto il tempo di vincere corporativismi e inerzia.

E che senza una scuola manageriale nazionale capace di facilitare l’evoluzione richiesta al sistema produttivo del Paese, ad essere a rischio sarà la stessa unità del Paese.

Per saperne di più

I corsi di formazione manageriale di Mario Pagliaro.


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