Paul - Mario Pagliaro's blog

Friday, September 28, 2007

 

Energia e ambiente per il nuovo sviluppo

[Rubrica Terza Ondata di Mario Pagliaro sul Quotidiano di Sicilia del 19.09.07]

Sono tre gli assi dello sviluppo economico futuro della Sicilia del futuro: nuova agricoltura; nuovo turismo e ricerca. In ognuno di questi campi, energia e ambiente svolgono e svolgeranno un ruolo cruciale. Nel senso che dalla loro corretta valorizzazione, dipenderà il successo o l'insuccesso dello sviluppo che ancora è possibile. Prendiamo dunque l'agricoltura nuova che servirà a contribuire allo sviluppo.

Messi in concorrenza sul prezzo da parte di 2 o 3 grossisti a capitale internazionale, oggi la gran parte degli agricoltori del Meridione costituiscono di fatto il nuovo proletariato europeo del 21esimo secolo; e a stento in effetti sopravvivono grazie ai sussidi pubblici erogati da Stato, Regioni ed Unione europea con la politica agricola comunitaria (PAC).

L'unica alternativa che hanno per liberarsi dal giogo di un mercato che in realtà è un triste oligopolio dominato dal suddetto cartello, è quella di valorizzare i propri prodotti distinguendoli dagli altri per la cura dell'ambiente e della salute umana. E quindi, imparare a comunicare per raggiungere le decine di milioni di consumatori europei che non vogliono più essere progressivamente intossicati dai prodotti senza sapore dell'agricoltura industriale in vendita nei supermercati.

E' tutta qua l'origine del successo dei prodotti biologici; che in Italia, certo, spesso sono falsamente dichiarati tali. Ma certo il londinese The Economist non vi avrebbe dedicato una sua preziosa copertina se il trend non iniziasse a costituire una minaccia per gli interessi commerciali che, da sempre, quel magnifico giornale sostiene e attivamente difende.

Dunque, produrre derrate agricole e allevare gli animali riscoprendo un rapporto armonico, e quindi antico, con la Natura. Rotazione delle colture; concimazione organica; considerazione dell'ambiente nella sua totalità come sorgente e fine dell'agricoltura. E siccome nessuno come gli agricoltori capisce che tutta l'energia viene dal sole, ecco un uso massivo e distribuito dell'energia solare convertita in energia elettrica (fotovoltaica) nelle nuove aziende agricole meridionali.

E così, al posto del sovrappopolamento dei centri urbani costieri abitati da una gioventù sperduta assediata dal traffico degli autoveicoli; ecco le nuove aziende agricole siciliane piene di visitatori sopresi e contenti, prima nei "finesettimana" e poi -- perché no? -- durante il resto dei giorni della settimana. A lavorare. Non è forse quello che, in nuce, accade già con il fenomeno degli "agriturismo" in tutta Italia?

Quello che più ci occorre, al solito, è una scuola dove formarli, questi nuovi imprenditori agricoli siciliani. E sarà la stessa scuola che dovrà formare gli imprenditori del nuovo turismo e della ricerca. Senza, dovremo affidarci al caso e inevitabilmente aspettare che qualcuno dei nostri giovani emigrati decida di fare ritorno in Sicilia.

Di nuovo, si vede come questo Paese abbia la necessità ineludibile di formare le proprie élites molto meglio e molto più rapidamente di come abbia fatto l'università. Vedremo nei prossimi articoli come iniziare a farlo. Come fare, cioè, a creare quella "massa critica" di giovani capaci di rifondare l'offerta meridionale e italiana sui mercati internazionali. E non più e non solo agire sulla domanda, lamentandosi perché insufficiente.

Tuesday, September 18, 2007

 

Photocatalysis: Most popular in ChemComm

Our article in Chemical Communications Photocatalysis: a promising route for 21st century organic chemistry (G. Palmisano, V. Augugliaro, M. Pagliaro, L. Palmisano, Chem. Commun. 2007, 3425), was the most popular ChemComm articles in the month of August. These are the top ten most accessed papers from the online version of Chemical Communications.

ChemComm Top 10 web page as of Sept. 2007

Photocatalysis, and photochemistry in general, is eventually starting to yield long awaited fruits. Get this article to learn which ones, how and why.


Wednesday, September 12, 2007

 

Vernici siciliane verdi e stimate

Il logo di Eco-label, il sistema europeo di certificazione ecologica di prodotto
[Rubrica "Terza Ondata" di Mario Pagliaro - Il Quotidiano di Sicilia, 12 settembre 2007]

“Alle statistiche – insiste il grande economista d’impresa Marco Vitale – io non ci credo. Quello che facevo per capire l’Italia quando lavoravo come consulente, era prendere la bicicletta e andarmene in giro a vedere personalmente come cambiava il Paese”.

E una simile sensazione di ignoranza la proverà chi, siciliano, si avvicini a Partanna di Sicilia e ritrovi quel gran colorificio ormai trentennale. Come ha dovuto ammettere il mese scorso a Bruxelles lo stupito impiegato della Commissione europea intento ad aggiornare il sito web del sistema di certificazione ambientale dei prodotti comunitari, quella pittura lavabile agli oli naturali chiamate Idronatura e Smalnatura sono proprio prodotte in Sicilia, di fronte al Mar d’Africa.

Dagli estratti degli agrumi, e in particolare dalle scorze di arancia, l’azienda infatti ottiene per estrazione dei composti chiamati “terpeni” che si distinguono dai solventi di origine petrolchimica per il basso impatto ambientale tanto nell’uso che nello smaltimento.


E i terpeni altro non sono che gli idrocarburi naturali alla base di quasi tutti i profumi commerciali. Il terpene di arancio, in particolare, ha una bassissima tossicità e a differenza dei solventi industriali non è dannoso per lo strato di ozono. Da buon composto naturale, è completamente biodegradabile ed è un eccellente solvente per i colori che il colorificio vi aggiunge per creare le sue linee di pittura. Risultato, l’azienda è conosciuta e stimata a livello internazionale dove vende le proprie vernici; dà lavoro a un centinaio di persone; e contribuisce a smaltire le arance che i produttori siciliani non riescono a vendere sul mercato globale. Cioè – ancora una volta – produrre prodotti e servizi amici dell’ambiente ci arricchisce; ci procura la stima degli altri; e arricchisce il territorio dove sorge l’azienda.

Il fatto poi che l’azienda in questione sia più conosciuta fuori dalla Sicilia che dagli stessi siciliani, ci riporta all’esigenza messa in luce da Vitale. Che è la stessa intuita da Peppino De Rita. Per redigere il formidabile Rapporto con cui ogni anno il suo Censis ci racconta l’Italia, De Rita chiede ai suoi ricercatori di andarsene, appunto, in giro per l’Italia a vedere, ascoltare e fotografare.

Quando rientrano in sede, poi, è lui a fare la formidabile sintesi. La conoscenza del sociale, però, nasce dalla sua esperienza diretta. E questa, prima di ogni altra, è la carenza più grande del nostro sistema di educazione universitario che dobbiamo risolvere.

E’ la comunità scientifica infatti che ha il compito di veicolare presso il corpo sociale i vantaggi e le opportunità dell’ecologia applicata all’industria. E il modo migliore di farlo, ancora una volta, non è attraverso noiose presentazioni pubbliche: ma attraverso le storie e gli esempi concreti. Raccontare le difficoltà incontrate e poi i successi. In questo modo formeremo i giovani che saranno attratti da uno stile nuovo; e che avranno poi il compito di realizzare e far conoscere innovazioni come quella del colorificio siciliano. Perché la costruzione del nuovo inizia adesso, e le opportunità sono immense anche in Sicilia.

Wednesday, September 05, 2007

 

L’ambiente: fonte e custode della ricchezza

Il mare di S. Vito Lo Capo: dal 25 al 30 settembre vi si svolge il Cous Cous Fest[Rubrica Terza Ondata di Mario Pagliaro - Quotidiano di Sicilia, 5 settembre 2007].

Stanco ma felice l’imprenditore siciliano incaricato dal Comune guarda la tenda berbera montata sulla spiaggia per l’imminente apertura della nuova edizione del Cous Cous Fest (S. Vito Lo Capo, 25-30 settembre). E’ mattino presto e poco più in là, il mezzo meccanico del Comune sta curando la pulizia e la sistemazione quotidiana della spiaggia sulla quale si infrange l’acqua del mare di colore azzurro cangiante che fa da sfondo alla tenda.

A differenza, per dire, di quello che fanno i siciliani di Palermo con la loro spiaggia, il sindaco della cittadina trapanese sa che la ricchezza sua e dei suoi concittadini dipende dagli altri: dai turisti che scelgono di passare il loro tempo libero a S.Vito, e non in una delle innumerevoli altre località marittime in Italia e vicino all’Italia.

Ecco quindi una vera cura e tutela dell’ambiente: strade chiuse al traffico delle auto; città continuamente pulita; niente rumore; cura degli arredi pubblici e del verde. E fine della speculazione edilizia che negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso pure contribuì non poco a degradare anche lo splendido litorale di S. Vito. E così, da 10 anni, alla fine di settembre gli affluenti turisti del centro e nord Italia affollano le strade di San Vito Lo Capo con la scusa di mangiare un piatto di cous cous, piatto comune a tutta la cultura mediterranea. In realtà, la gran parte di loro è là per il mare incontaminato; per visitare la meravigliosa riserva regionale dello Zingaro ed andare a Mazara del Vallo a vedere lo stupefacente Satiro danzante.

Mi racconta un manager ex Eni come negli anni ’60 il petroliere Monti fosse in dubbio se scegliere il golfo di Castellamare per costruire la raffineria siciliana che poi sorgerà a Milazzo. Il risultato, 40 anni dopo, è che nella provincia di Trapani migliaia di persone lavorano per molti mesi ogni anno con i turisti: centinaia di migliaia di connazionali e stranieri che si godono natura e meraviglie archeologiche di quello che giustamente Andrea Granelli chiama giacimento culturale. Mentre a Milazzo, pure col suo splendido mare, l’unico turismo è quello di chi attende l’aliscafo per fuggire alle isole Eolie.

D’altra parte, se l’ambiente fosse stato devastato come avvenuto in altre zone della costa siciliana, per quale motivo i produttori televisivi della Palomar avrebbero scelto S. Vito per le riprese delle loro fiction, da quella dedicata al noto commissario siciliano all’altra dedicata a Giovanni Falcone? In altre parole, la cura e la tutela del territorio unite a una buona comunicazione -- continua, autentica e mai noiosa -- rendono ricchi i territori e le persone che li abitano. Curare e promuovere il benessere ambientale conviene. Al contrario, devastare l’ambiente, ad esempio con gli incendi, ci impoverisce tutti: subito e poi nel corso degli anni.

Quello che occorre, allora è che i nostri amministratori locali acquisiscano la gestione ambientale del territorio come competenza strategica: politica, prima ancora che amministrativa. In Sicilia ci sono esempi di casi di straordinario successo. Conoscerli e apprendere come hanno fatto, è il primo passo da fare per far tornare ricco il vostro territorio.
ps. Da domani, 6 settembre, il QdS esce in formato tabloid a colori creando così il primo vero quotidiano di informazione e critica indipendente a diffusione regionale

Monday, September 03, 2007

 

Una società a coriandoli - De Rita spiega 10 anni d'Italia

Intervistato da Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera del 25 Agosto, Peppino De Rita spiega ai lettori 10 anni d'Italia; di come sia evoluto il carattere doroteo; e -- pure -- parla di quando Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaramonte andarono a richiamare quelli delle cooperative che...

Giuseppe De Rita, padre della sociologia italiana e di otto figli, lavora anche in vacanza. Ad esempio considera che Courmayeur non sia cambiata molto, da quando costruì questa casa con vista sul Bianco nel 1961. «Ora però è sbarcato Berlusconi. A novembre si elegge il sindaco, e lui vuole vincere. Ma gli manca la comunità calabrese, qui fortissima. Ora ha portato ad Arcore 31 di loro, che rivendicheranno l'appartenenza al Cavaliere per la vita. Berlusconi continua a essere il politico che più assomiglia agli italiani, così come sono diventati».

Come sono diventati?
«Incomprensibili. La società è sempre più sparpagliata. Spezzettata. È una mutazione che non so spiegare. Dieci anni fa avrei parlato di neoborghesia, venti o trent'anni fa di sommerso o di postmodernità. Quella di oggi è una società a coriandoli. Non la si può studiare se non antropologicamente. Detto da me, da un sociologo, è come se mi tagliassi i coglioni».

Non è detto. Tenti un'analisi antropologica. Parliamo di persone. Prodi sta ricominciando a sentire il paese? O no?
«L'ultimo Prodi per me è un mistero. Nei tanti anni in cui abbiamo fatto vita parallela, girando l'Italia per ricerche, convegni, associazioni industriali, Romano appariva il più capace ad afferrare le situazioni. Arrivava a Courmayeur, e in due giorni capiva cosa stava accadendo e sapeva spiegarlo. Ora quel suo talento da rabdomante l'ha perso. Forse la sua esperienza — l'Iri, Palazzo Chigi, Bruxelles, ancora Palazzo Chigi — l'ha allontanato dalla realtà italiana. Forse è entrato nella logica per cui conta soltanto durare. Galleggiare. Fare una dichiarazione oggi, precisarla domani, riformularla dopodomani; tanto alla fine nessuno gliene chiederà conto. Nella sua furbizia contadina, che è la sua dimensione intima, cavalca l'onda; pronto a scenderne per salire su quella successiva. Potrebbe ancora dire, come faceva trent'anni fa con Andreotti, "noi tecnici". Perché cavalcare le onde significa non guidare i processi politici ».

Veltroni può essere un'alternativa?
«Veltroni è un animale molto diverso da Prodi. È attentissimo all'immagine (non che Prodi non lo sia). Il futuro di Veltroni dipende da quanto si farà logorare nei prossimi due mesi, in cui tutti cercheranno di indebolirlo attraverso il consumo mediatico. Se vince questo passaggio, può anche superare quel filo d'ansia che lo condiziona come sindaco di Roma, questo bisogno di essere rassicurato, di ripetere che Roma è grande, bella, ricca. Allora potrebbe fare molto meglio di quanto si pensa».
Anche andare a Palazzo Chigi?
«Se la situazione precipita e Prodi cade, il centrosinistra — e non solo — farà di tutto per non votare subito; altrimenti vince Berlusconi. Potrebbe nascere un governo istituzionale. Altrimenti toccherà a Veltroni. Ma se Walter a Natale fosse a Palazzo Chigi, farebbe in modo di votare nel 2008. Così sarebbe ancora Prodi, non lui, a perdere, e si guadagnerebbe altri cinque anni di leadership. Se invece Veltroni governa un anno e mezzo e si vota nel 2009, allora rischia di più; perché a perdere sarebbe lui, non Prodi».

È così scontato il ritorno di Berlusconi?
«Berlusconi è l'erede della Dc andreottiana e dorotea. Anche di loro dicevamo: non sono nessuno, finiranno tutti in galera, ma questo Rumor chi è? Ne attendevamo il crollo da un momento all'altro. Invece, non fosse stato per Tangentopo-li, ci avrebbero seppelliti tutti».

Casini non ha chance di ricostruire il centro?
«Pur appartenendo per natura a quell'area, non credo sia possibile ristrutturarla. Casini può essere bravo finché si vuole, ma se non ci sono le condizioni la bravura non basta. C'è troppa gente: l'Udc, l'Udeur, Di Pietro, Pezzotta con il Family Day; e poi le varie Dc, una proprietaria del simbolo, l'altra del motto, l'altra del nome... Se io, prestigioso signorotto della sociologia, chiamassi tutti attorno a un tavolo, verrebbero il giorno dopo. Ma non andremmo da nessuna parte. Perché l'asse moderato è Berlusconi».

Chi dopo di lui? Tremonti?
«Sono un grande ammiratore di Tremonti, che per me è l'equivalente di Amato. Considero Giuliano il migliore della nostra generazione: il più bravo, il più intelligente, il più colto, il più sensibile. Però gli è sempre mancato qualcosa. Non la capacità mediatica, visto che dai giornali è molto stimato. Forse la simpatia, la popolarità. Non a caso gli fu preferito Rutelli. Temo che per Tremonti sia la stessa cosa: bravo, intelligente, colto. Ma non simpatico».

Di Rutelli che sarà?
«Dipende da come finisce la lotteria delle primarie, che in realtà saranno un congresso democristiano, un gioco delle tessere. Rutelli avrà spazio solo se l'asse tra le truppe di Bettini e quelle di Fioroni non prenderà tutto».

E D'Alema?
«D'Alema è in mano a voi. Si trova a un punto cruciale della carriera e della vita. È uno che ha preso una botta in testa, che ha fatto o farà mezzo passo indietro, e non vuole altro che scorra il tempo, senza essere coinvolto in fatti politici. Ma se qualche giornale, o qualche giudice, dovesse riproporre la questione Unipol, D'Alema sarebbe in grave difficoltà. È apparso debole, fragile. In tv l'ho visto difendersi con una faccia livida che non è la sua. Ha bisogno che gli lascino, che gli lasciate tempo per riprendere la sua forza psichica, la sua faccia di padroneggiamento ».

La situazione è così grave?
«Forse no. A meno che emergano notizie clamorose: tipo la reale destinazione dei 50 milioni di euro espatriati da Consorte e Sposetti. Ma quelli fanno i Greganti e stanno zitti. Il vero errore di D'Alema e Fassino è stato non richiamarli all'ordine, come avevano fatto Napolitano e Chiaromonte, mandati a Bologna dal partito a fermare Galletti, il presidente della Lega cooperative, che voleva trasformare in una holding industriale comprando aziende siderurgiche. Era un uomo molto intelligente, andava in bici con Prodi. Si dimise. Poco dopo morì d'infarto ».

E Fassino?
«Farà meno fatica di D'Alema, anche perché è meno coinvolto. Ripartirà dal basso, da Torino. Piero è un fondista. Se non ci fosse stato lui non ci sarebbe il partito democratico; e questo non glielo perdonerò mai».
Alle primarie ci saranno altri candidati: Bindi e Letta.
«Due mondi democristiani, due personalità così diverse che sembrano studiate apposta per una disputa elettorale di profilo basso, appunto congressuale. Lui, tecnocrate, silenzioso, andreattiano, molto Arel. Lei, esternalizzata, aggressiva. Ognuno rappresenta un frammento di identità, una piccola appartenenza. Mi dà solo dieci righe da sociologo? ».

Prego.
«Le primarie non smentiscono ma confermano la fine dei tre grandi meccanismi di condensazione. Assistiamo alla fine della rappresentanza: non è in crisi solo il Parlamento ma anche sindacati e associazioni di categorie, dalla Confartigianato alla Coldiretti. Alla fine delle identità, ridotte a brandelli: cosa resta dell'identità socialista? E di quella popolare? Un comunista oggi dovrebbe ritrovarsi in Bertinotti, o in Diliberto, o in Mussi, o in Angius, o ancora in D'Alema? I missini dovrebbero appoggiarsi a Storace? Poi c'è la fine delle appartenenze, con alcune eccezioni. Resistono l'appartenenza massonica, intesa non come il Grande Oriente, ma come cordate e carriere. Quella localistica. Quella corporativa. E quella cattolico-ecclesiale, la sola non particolarista ma globale ».

Non le sembra però che alla Chiesa italiana manchi Ruini? Che cosa pensa del suo successore, Bagnasco?
«Un grande personaggio come Ruini era destinato a lasciare un vuoto. Bagnasco personaggio non era, e l'hanno scelto proprio perché non volevano un altro uomo forte; altrimenti capo dei vescovi sarebbe diventato Scola. Si è adottata una logica policentrica, che è la più pericolosa. Sul caso di don Gelmini e dei preti torinesi accusati di pedofilia, Ruini non sarebbe rimasto in silenzio. Ma è una logica inevitabile, con un Papa che scrive libri e dà l'idea di aver deciso di non comandare. Anche se Bertone avrebbe la tentazione di farlo...».

Ratzinger non vuole comandare?
«Ratzinger si muove nella dimensione di ritmi lunghi. Nei primi due anni di pontificato ha scritto cose bellissime, come la prima parte della prima enciclica, di straordinaria intelligenza e spiritualmente emozionante. Però, pur essendo uomo di Curia, la Curia non gli interessa. Non ha una concezione piramidale del potere, a differenza di Wojtyla il cui pontificato fu una cavalcata personale nel mondo. Ratzinger non imponeva le sue idee neppure da prefetto della fede. Da Papa, ha scritto un libro su Gesù e l'ha affidato alla critica; infatti alcuni l'hanno trovato bello e altri brutto. La Chiesa non crede più alla verticalizzazione del potere. Gli ultimi a crederci sono rimasti i politici. Che alla fine non combinano niente».

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