
A chi sia capace di leggerli, i
numeri svelano sempre verità dalle quali è possibile partire per operare il cambiamento desiderato. Basta quindi andare sul sito dell'Istat per trovare i numeri che ci interessano. La provincia di Palermo in 4 anni (2003-2006) ha visto ridursi in maniera crescente la popolazione di quasi il 7% (il saldo migratorio totale passa da -0.2% nel 2003 a un clamoroso -2.8% nel 2006).
Per chi invece, più delle cifre, comprenda meglio le cose attraverso
le storie, val bene rileggere la vicenda della ex segretaria della sede cittadina di Forza Italia. "
Ricevevamo migliaia di curriculum -- ha detto citando in giudizio per mancati pagamenti contributivi il proprio ex datore di lavoro --.
Tutti erano accompagnati da lettere dei genitori che dichiaravano il loro voto e si raccomandavano per un posto di lavoro ai propri figli. Raggiunto i cento curriculum, per noi l'ordine era di distruggerli".
Con l’eccezione dei Cantieri navali, a Palermo e provincia lo Stato ha chiuso o venduto tutte le proprie aziende partecipate: dall’Italtel alla Manifattura Tabacchi, dalla sede di Alitalia allo stabilimento Ansaldo Breda ormai in cronica carenza di commesse, se non per qualche vagone dei vecchi modelli. In assenza di attività primarie e secondarie, anche
l’economia del terziario è in profonda crisi e anche se non esistono stime ufficiali è calcolabile in almeno 20mila il numero di persone in età lavorativa, fra professionisti e operai, che pur mantenendo la residenza in città ormai passano in altre Regioni italiane la propria settimana lavorativa
Candidandosi a sindaco,
Leoluca Orlando ha sintetizzato con efficacia il suo programma elettorale: "
Il fiume Oreto è il nuovo Teatro Massimo. E dovremo costituire un nuovo assessorato 16-30 per i giovani che sono abbandonati a se stessi". E' efficace, lo slogan, perché spiega come lo sviluppo di tutta la città passi adesso da un recupero delle persone e dei luoghi che storicamente a Palermo sono stati marginalizzati ("
gli invisibili", dice ancora Orlando).
In questa situazione, lo sviluppo economico di Palermo e del suo territorio è il punto centrale tanto oggi, nella raccolta del consenso, che poi, dell’attività politica della prossima amministrazione.
Ma perché ci sia davvero sviluppo economico, questo dovrà prima essere pensato nelle sue possibili forme e poi messo in atto. Affidarsi al "
mercato" o a inesistenti "investitori privati" è altrettanto vano che parlare di "sviluppo sostenibile" e istituire un Assessorato all'Ambiente, come ha fatto l'attuale sindaco, per ritrovarsi con la città con
l’aria più inquinata d'Italia.
Con l'eccezione dei Cantieri navali, Palermo non può più puntare sullo sviluppo industriale. Può e deve invece valorizzare i suoi punti di forza -- la ricchezza storica e monumentale, la bellezza della costa e le qualità dei suoi giovani – per attrarre turisti dall’Italia e dall’estero.
Deve essere quindi chiaro che
la città deve essere ricostruita nella sua parte più pregiata proprio dal punto di vista storico e turistico. Non esiste infatti in tutta Europa, nemmeno negli ex Paesi comunisti, una città il cui centro storico sia ancora pressoché interamente distrutto a 65 anni dai bombardamenti angloamericani che lo rasero al suolo.
Per farlo, Palermo ha bisogno di
una legge nazionale di ricostruzione che ne finanzi la ricostruzione e dia alla pubblica amministrazione nuovi poteri per procedere con gli espropri di rovine e catoi che risultano appartenenti a proprietari plurimi, ormai pressoché irrintracciabili, e ad ex famiglie nobiliari che hanno mostrato palesemente tutto il loro disinteresse per le dimore che furono delle loro famiglie.

L'approccio dell'ultima amministrazione del professore Orlando -- ricostruzioni edificio per edificio, con cofinanziamento e controlli di legittimità ad opera del Comune -- è palesemente fallito. Né potrebbe essere riproposto oggi che i grandi fondi della ex Agensud che
Emilio Arcuri trovò al suo insediamento sono già stati spesi.
A fronte di qualche centinaio di edifici ben ricostruiti e di qualche chiesa e piazzetta recuperata, il centro storico era e rimane largamente diroccato. L’ex dirigente di quell’Ufficio del Centro storico creato da Arcuri si lamenta perché a suo dire le banche hanno negato
il cofinanziamento ai proprietari. Ma quale interesse possono avere le banche a finanziare progetti a proprietari generalmente privi di risorse che poi si ritroverebbero in possesso di appartamenti per i quali dovrebbero trovare locatori solvibili in una città dove i locatari non riescono più a pagare l’affitto se non con svariati mesi di ritardo?
Soltanto lo Stato ha le risorse e le competenze tecniche e umane per fronteggiare un’opera così imponente. In questo senso, la presenza in Parlamento dell'On. Orlando potrà essere valorizzata per proporre e far approvare la legge di ricostruzione.
Che debba farlo lo Stato inoltre è anche legittimo:
la Sicilia è soltanto una regione italiana, e fu l'Italia a dichiarare guerra a Stati Uniti e Regno Unito con gli esiti che conosciamo.

E infatti, negli anni ’70 lo Stato affidò la ricostruzione alla sua grande holding dei lavori pubblici che ricostruì l'Italia nel dopoguerra. Il progetto complessivo dell’Italstat per la ricostruzione era pronto ma, dice l’ex presidente dell’Italstat,
Ettore Bernabei, "
La Regione Sicilia, l'università e i politici siciliani insorsero. La ricostruzione ce la facciamo da soli. La legge fu cambiata affidando all’amministrazione locale la ricostruzione. E infatti, dopo sessant’anni le macerie sono ancora lì".
L'Italstat non c'è più. Ma ci sono ormai in Italia e in Europa grandi imprese di costruzione che parteciperebbero alle gare. Oltre a creare lavoro per diecimila persone Palermo rinascerebbe perché alla bonifica materiale ne seguirebbe una spirituale dal
degrado morale di chi, rimasto a vivere nella miseria del centro storico, espone l'infanzia all'odiosa pratica della pedofilia.
I turisti non dovrebbero più aver timore di avventurarsi in zone abbandonate e minacciose. E i cittadini tornerebbero a ripopolare il centro della città dandogli nuova vita.
Tecnicamente, basterebbero
4 miliardi di euro da erogarsi in 4 anni, in quattro esercizi contabili successivi dello Stato. Alla fase degli espropri seguirebbero quattro bandi di gara relativi alle quattro macroaree naturali di suddivisione della città che si incontrano idealmente ai "Quattro canti" di città.
Il centro storico e il mare sono le casseforti di Palermo. Non ricostruire il centro e non recuperare ad una fruizione libera e piena la costa, significa abbandonare questo tesoro -- che è l'unica, vera prospettiva di
sviluppo economico -- e quindi ogni prospettiva di ridare un ruolo internazionale e un motivo di attrattività alla città.
Certo, concepire e realizzare un simile programma richiede enormi capacità di lavoro e una visione grandiosa. E Leoluca Orlando ha dato prova di queste qualità impegnandosi per due decenni in un grande
percorso di rinascita culturale e di recupero della memoria. Ricostruendo, inoltre, il Teatro Massimo e dando il via a imponenti lavori di costruzione delle reti idriche, fognarie e del metano.
Se, come speriamo, il 15 maggio avrà preso il posto dell'attuale sindaco (per giudicare il cui operato
questo servizio de Le Iene dovrebbe bastare), dovrà organizzare questa consapevolezza e dargli realizzazione.
Uscendo dal circolo del tennis di viale del Fante, il sindaco uscente percorre con la pesante Audi blindata di servizio la
sconnessa mulattiera che è diventata viale del Fante; svoltando, il suo sguardo incontra da anni ogni giorno l’oscena copertura in plastica nera di una catapecchia crollata in pieno giorno, proprio di fronte l’ingresso del Reale Parco della Favorita, e che dopo quasi sei anni di amministrazione non è riuscito ad espropriare e ad abbattere nemmeno una volta crollata.
Non ricostruire il centro, e ricominciare con la politica dei piccoli passi, significherebbe prolungare
il declino economico, sociale, culturale e demografico di Palermo che però, continuando così, rischia di raggiungere una soglia dalla quale non sarà più possibile tornare indietro.

The
typeface Helvetica celebrates 50 years since it was introduced.
"Helvetica delivers a message quickly and efficiently without imposing itself," says Christian Larsen, curator of a MoMA exhibition opening next Friday. "When reading it, one hardly notices the letter forms, only the meaning, it's that well-designed. It's crisp, clean and sharply legible, yet humanized by round, soft strokes."
The day following
Paul Watzlawick departure, all this remembers us that form -- the way we express ourselves -- is always more important than the content (the message) we are trying to deliver.
No feedback = No message.
And there cannot be any message delivered if others do not understand us. Let us recall it the next time we will be preparing our presentation using the excellent Helvetica typeface.