Paul - Mario Pagliaro's blog

Monday, February 05, 2007

 

Scienza e cultura. Un rapporto da ridefinire

Il 26 marzo a Palermo Jean-Marc Lévy Leblond e Armando Massarenti

Jean-Marc Levy Leblond, il 26 marzo al Cnr di PalermoPalermo (Cnr, 5/02/07) – Sono il fisico e filosofo francese Jean-Marc Lévy Leblond e il giornalista Armando Massarenti i relatori della IV edizione del seminario “Marcello Carapezza” in programma il 26 marzo al Cnr di Palermo. Tema della giornata il delicato rapporto fra scienza e cultura. «La scienza – dice Lévy-Leblond – continua ad essere alienata dalla cultura. Ognuno di noi associa idee ed immagini ben diverse a parole come “Shakespeare”, “1789” o “cubismo” da una parte e “Wegener”, “AIDS” o “derivata” dall’altra. Inoltre, tutti i poeti, pittori o compositori sono uomini di cultura. Ma quasi nessuno scienziato lo è. Il fisico, il chimico e il biologo di oggi non conoscono che i loro predecessori più recenti. Il biologo molecolare non sa nulla di evoluzione; il fisico delle particelle non conosce la spiegazione dell’arcobaleno; l’astrofisico non è in grado di riconoscere le stelle e i pianeti visibili».

Da anni Lévy-Leblond insiste sull’importanza di arrestare il processo di riduzione della scienza alla sua dimensione pratica: una “tecnoscienza” in cui scienza e tecnica si confondono e perdono la loro autonomia. E con la sua rivista Alliage propone idee e soluzioni per far cessare l’emarginazione culturale della scienza. «Immaginatevi – continua l’epistemologo francese – un giovane filosofo, un artista o un musicista che non sia stato esposto ad una formazione approfondita sulla storia della propria disciplina. Semplicemente, non potrebbe fare quello che fa. Al contrario, la formazione dei giovani ricercatori non fa alcun riferimento alla storia, anche la più recente, delle loro discipline: l’urgenza continuata della ricerca scientifica impedisce la pazienza e l’attenzione che esige il processo di acculturazione».

Armando Massarenti, responsabile della pagina “Scienza e filosofia” del supplemento culturale de Il Sole-24 Ore dirige la rivista Etica ed economia e tiene un corso su “Scienza e cultura” all’Università di Bologna. Interviene a Palermo per parlare della ventennale esperienza con cui le pagine di cultura e scienza del giornale della Confindustria si sono distinte nel mercato editoriale italiano. «L’intera formazione degli scienziati – aggiunge Lévy Leblond – deve essere ripensata per integrarvi quegli elementi di storia, di filosofia, di sociologia e di economia delle scienze ormai indispensabili al lavoro scientifico. Perché solo una formazione culturale dei ricercatori molto più vasta li potrà premunire da rapide crisi di incompetenza in caso di mutazioni profonde nei metodi e negli obiettivi delle loro discipline in cui sono ultraspecializzati; e dalla fine del sostegno finanziario che la ricerca scientifica esige dalla società che è un serio rischio se continueranno a persistere le tendenze correnti all’esoterismo e alla fuga in avanti». E proprio questi sono alcuni dei compiti dell’Isem (l’Institute for Scientific Methodology), il nuovo istituto internazionale di ricerca e alta formazione in corso di costituzione a Palermo che verrà presentato alla stampa in margine alle conferenze di Lévy-Leblond e Massarenti. L’istituto – un consorzio fra Cnr, Università, Enti locali e mondo produttivo – condurrà il Master internazionale “Paul K. Feyerabend” e condurrà ricerche con forti caratteristiche interdisciplinari in chimica e in fisica.

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GLI EDITORIALI DI ANTONELLO DE PIERRO DIRETTORE DI ITALYMEDIA.IT


Vergognati, Maurizio!

di Antonello De Pierro

E' un grido di dolore quello che si leva da qualche mese dal mondo della cultura, dopo che la televisione ha catapultato nelle case degli italiani il discusso programma denominato "Grande Fratello", creando un prodotto inconsistente, che è stato immediatamente e incomprensibilmente rapito dalle cronache dei media. E quando parlo di cultura naturalmente mi riferisco a quella con la c maiuscola, quella dei grandi (purtroppo pochi) uomini, quella nella sua accezione più ampia, quella che ha da sempre rifiutato di nutrirsi di surrogati ideologici e di imparare la lezione della buona ipocrisia, tanto amata dai più. Eppure la televisione, che ormai da anni affoga in una programmazione demenziale, diseducativa, ripetitiva e scadente, ci aveva abituati da tempo allo squallore delle telenovelas e della soap opera, incollando ai teleschermi il popolo televisivo delle casalinghe, col grembiule al ventre, che tra un bucato e l'altro, per innaffiare l'arido giardino della solitudine giornaliera, si incantavano e sognavano di fronte ai miti improbabili di "Beatiful" o di "Quando si ama". Si trattava sempre e comunque di artisti che, costretti da esigenze professionali e allettati da ingaggi stratosferici, legavano il proprio nome a produzioni di scarso valore culturale. Con il "Grande Fratello" si è valicato ogni limite di decenza, i colossali interessi economici hanno relegato in soffitta qualsiasi senso di moralità. Un manipolo di ragazzi comuni, messi per cento giorni a colloquio con l'occhio freddo di una telecamera "guardona", sbattuti davanti a pupille spalancate collegate a cervelli altrettanto ristretti, e scaraventati verso una notorietà di cartone non supportata da un'adeguata preparazione professionale. Un business ben congegnato, che ha affondato facilmente le radici in un terreno intriso di sottocultura e ignoranza, atto a spremere come limoni le illusioni di un gruppo di giovani che forse avrebbero potuto intraprendere carriere sicuramente più idonee alle loro attitudini, piuttosto che essere magnificati dai "polli d'allevamento" dell'Italia provinciale che si entusiasma di fronte a tutto ciò che passa sul piccolo schermo, ma essere sottoposti giustamente al mortificante rito dell'irrisione da parte delle vere teste pensanti nazionali. Ed ecco invece i vari Pietro, Salvo, Marina, Cristina, Rocco, Lorenzo, invasati da una droga che si chiama successo, correre con la naturalezza dell'inevitabile, a suon di apparizioni varie, verso un futuro incerto, segnato da suggestioni pseudo-professionali. Di fronte ad una tale situazione non posso avvolgere le mie parole nella carta zuccherata e rinunciare a dissotterrare l'ascia di guerra della polemica. C'è una categoria in Italia fortemente rappresentata, quella degli artisti veri, spinti dal comando imperioso di un'acrobatica passione per lo spettacolo, che annaspa da sempre nell'oceano della precarietà e vive costantemente in bilico sul baratro della disoccupazione. Le scuole di preparazione artistica ne sfornano a centinaia; basta girare i teatri, anche i più piccoli, per scoprire veri talenti, di cui l'Italia non è mai stata avara. E invece ecco apparire improvvisamente sulla scena Marina La Rosa, che ubriacata dalla popolarità riesce ad offendere finanche quei fotografi che da sempre hanno fatto la fortuna dei vip, definendoli "braccia rubate all'agricoltura"; la Sofia nazionale ancora venera i professionisti dei flash a raffica ( comunque c'è da dire che sulla Loren le brume del mito si sono posate davvero). Ma il prodotto più scandaloso si chiama Pietro Taricone, che calzando la sua normale faccia da bullo di paese riesce incredibilmente a vendere la sua presenza a fior di milioni nelle discoteche di provincia e nei suoi sogni lascia ingenuamente galleggiare un futuro alla Kevin Costner: l'importante è crederci, ma purtroppo il risveglio sarà doloroso e disastroso

E' già criticabile l'operazione, che ha messo a nudo il livello di sottocultura di gran parte degli italiani, ma purtroppo per i produttori televisivi, non è facile sacrificare i propri interessi sull'altare della cultura, della moralità e del buonsenso. Ma quando un giornalista di grande spessore, con vocazione da imprenditore, marcia con i cingoli sopra ogni principio etico-professionale, allora
il caso diventa inquietante. Quanta popolarità in meno avrebbero ottenuto i ragazzi "usa e getta" del "Grande Fratello" se non fossero stati foraggiati dall'ala protettiva di Costanzo, che li ha aiutati a continuare la semina dei germi di tutti gli aspetti deteriori dell'odierna società? Probabilmente i valori del grafico di notorietà sarebbero molto più modesti. Caro Maurizio, pesa su di te una forte responsabilità morale, sia nei confronti di quelli che il successo l'hanno cucito sulla propria pelle, strappando l'ago e il filo a rinunce e sacrifici fatti nelle scuole, nei teatri, nelle piazze, e sia nei confronti delle fasce più deboli dell'esercito dei telespettatori. Ho visto un giorno in un mercato un bambino giocare con dei soldatini e chiamarli con i nomi dei protagonisti del grande fratello. Hai sostenuto una trasmissione che, anche se con un ipocrita "bip" celava certe espressioni colorite, non dava comunque molto spazio all'immaginazione per capire, risultando quindi altamente diseducativa, tenuto conto anche della fascia oraria in cui veniva trasmessa. Sono tanti i petali di simpatia persi da te in questa occasione. Infine, colpito da un delirio di onnipotenza hai pensato bene di organizzare una puntata chiamata "Pietro contro tutti" in prima serata, con un Taricone versione re dei "coatti", con canotta strizzamuscoli senza maniche, a troneggiare sul palco del teatro Parioli, ingaggiando un vittorioso "braccio di ferro" a colpi di audience con "La Piovra", pellicola a interesse sociale in onda su Raiuno, mettendo a nudo ancora una volta, se qualcuno avesse avuto qualche ulteriore dubbio, il livello culturale dei telespettatori del "Maurizio Costanzo Show". Un'ennesima conferma di come un grande giornalista abbia potuto bruciare sulla graticola dell'interesse economico, perché audience per te vuol dire sponsor, non dimentichiamolo, la propria credibilità professionale. Del resto in nome dell'audience avevi già rifiutato di ospitare in trasmissione i rappresentanti del "Comitato Vittime del Portuense", perché chiaramente ventisette morti per te non hanno importanza, sono solo una lugubre contabilità di normale amministrazione giornaliera, di fronte al sacro inchino al potere dello sporco Dio denaro, a cui ti sei convertito e sottomesso. Vergogna!
 
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