
Riuniti nella ex Stalingrado d’Italia (Sesto S. Giovanni) manager e banchieri, anche il vicepresidente del consiglio D'Alema non ha resistito alla tentazione di invocare un “patto per l’Italia” sulla produttività.
Prima di lui, a suo agio fra gli studenti dell’Università europea di Firenze anche Mario Draghi aveva ripetuto il
leit motif della scarsa “
produttività totale dei fattori” già illustrata a fine maggio; ovvero, tradotto dal gergo degli economisti americani degli anni ’50, che la quantità e la qualità delle merci e dei servizi prodotti ogni giorno dalle nostre imprese è troppo bassa per continuare a garantire il tenore di vita conquistato dai nostri genitori.
In realtà, la “produttività totale dei fattori” è un indicatore economico incapace di registrare tassi di crescita significativi in corrispondenza di pressoché tutte le rivoluzioni tecnologiche, compresa quella della scoperta e della diffusione dell’energia elettrica! Semplicemente, il lavoro italiano è lento; e i prodotti sono obsoleti e costosi: cioè la produttività è bassa e la qualità insufficiente.
Di conseguenza, all’estero continuiamo a perdere quote di mercato e in Italia la domanda si fa sempre più bassa. E così, il risparmio degli italiani -- l’immenso capitale custodito dalle banche, pari a 8 volte il debito pubblico nazionale -- fugge gli investimenti produttivi e si rifugia in costruzioni che resteranno sfitte e in titoli azionari stranieri: cioè, va a finanziare la concorrenza delle nostre povere imprese!
Alcuni esempi concreti rendono bene lo stato della produttività italiana. Acquisto una cucina da un’azienda marchigiana, acquistata e rilanciata da Valter Scavolini, e mi viene consegnata dopo 4 mesi; il venditore, inoltre, ha sbagliato la redazione dell’ordine e il prodotto è difforme da quello che ci serviva. L’azienda, dunque, consegna dunque in 120 giorni un oggetto banale, che utilizzando la metodologia di produzione snella un concorrente tedesco sarebbe in grado di produrre e consegnare in 14 giorni. Ricordate Moretti Polegato lo scorso settembre? «L’Italia non può più permettersi di chiudere le proprie aziende per un intero mese». L’altro vicepremier, interessato, promise “un approfondimento” che però, temo, non arriverà mai. Ancora: con due anni di ritardo la Romagnoli, azienda appaltatrice dei lavori della nuova aerostazione di Catania, non ha ancora consegnato l’opera.
Naturalmente, si invocano “cause esterne”; ma a parte il pagamento della penale che normalmente le imprese sanno bene come evitare (nel caso, novecentomila euro al mese): la prima vittima della mancanza di produttività è proprio l’azienda che, se avesse concluso rapidamente, avrebbe pouto concorrere per altri appalti in Italia e all’estero senza tenere bloccate risorse tecniche, umane e finanziarie.
E i servizi, che dovrebbero essere il cuore dell’economia “post-fordista”? L’intera mattina di lunedì 13 novembre pressoché tutti i negozi di Roma – una città turistica! – erano chiusi; quando aprono, lo fanno fino alle 13. E alle 16 e 30 buona parte dei negozi italiani è ancora chiusa per consentire una “siesta” che è stata recentemente abolita dal Governo persino in Spagna. A dicembre, invece, Tim non è ancora riuscita a trasferire la mia utenza telefonica dal sistema “prepagato” a quello a contratto: eppure, l’azienda mi aveva contattato a settembre per comunicare la nuova offerta. Ma più volte sollecitata non sa ancora perché non riesce a far stipulare un contratto che è di sua ovvia convenienenza.
Di cosa avrebbero bisogno Scavolini, Romagnoli e gli azionisti di Tim per fare quello che non riescono a fare? Di manager che conoscano il “pensiero snello” con cui si producono rapidamente prodotti e servizi eccellenti in base agli ordini; uno dopo l’altro, lavorando in team e senza ingolfare i magazzini e i cataloghi con prodotti che nessuno vuole.
E’ facile trovarlo, un manager così, in Italia? No. Ed infatti i tedeschi della Porsche Consulting (cioè, la Volkswagen; cioè, lo
Stato tedesco) vendono la consulenza su come fare la transizione snella. Avete letto bene, la Porsche delle favolose coupè freccia d’argento vende consulenza in Italia. E il motivo è presto detto: i giovani manager italiani laureati “in Bocconi”, si legge un sondaggio recente, dichiarano di non volere lasciare Milano per la provincia. Ma a Milano ci sono i giornali, la moda e le banche; e non le aziende. Dunque, niente manager bravi, giovani ed entusiasti per il nostro Scavolini che, come i suoi concorrenti italiani, finisce per avere le prestazioni viste sopra.
Semplicemente, né il libero mercato (con le due università private); né lo Stato (con l’università pubblica) sono capaci di produrre i giovani con le competenze necessarie alle imprese italiane a ristrutturarsi. E così, produttività e qualità invece di aumentare, diminuiscono.
Quello che occorre -- e con urgenza -- è che il Governo proceda a fondare un istituto nazionale di management che funzioni con i criteri di rigore e selettività della
Normale di Pisa e dia alle imprese e alla pubblica amministrazione i giovani capaci di renderle adeguate al 21esimo secolo. E se pensate che possa riuscirci il libero mercato, forse sarebbe meglio chiedere a Pasquale Pistorio cosa ne è stato del suo programma in Confindustria per portare la qualità totale e il management ambientale fra le PMI italiane…
Insegnando politica Moro spiegava come fosse necessario identificare e proporre soluzioni concrete, e non indicare generiche direzioni. Pressoché tutti i documenti proposti da Confindustria o dai banchieri di Abi ai tavoli governativi e negli incontri sindacali sono ampiamente condivisibili nell’analisi della crisi industriale italiana; ma quando si passi a cercare le proposte concrete, si trova soltanto la richiesta di comprarsi le municipalizzate che operano in regime di monopolio e le geremiadi per la tassa sui guadagni da capitale portata al 20%.
Ricordava recentemente Giovanni Ajassa come «
l'etimo della parola ci dice che “sviluppo” è ciò che rimuove il “viluppo”; e che per tornare ad avere un più elevato tasso di sviluppo l'economia italiana è chiamata a realizzare consistenti progressi di ordine tecnologico ed organizzativo».
Ma
senza scuole, chi e come potrà realizzare questi progressi?