
Lo splendido articolo pubblicato oggi da Ferruccio de Bortoli a
Roberto Perotti sul giornale della Confindustria -- sul trattamento riservato dalla stampa italiana a Ricucci e su quello alla Fiat di Torino -- fa onore alla dignità di
de Bortoli, che certo avrà ricevuto la telefonata di rito da Montezemolo, e all'onestà intellettuale del professor Perotti.
E siccome è solo con l'onestà intellettuale che si può ripartire veramente, vi riporto integralmente l'articolo qui di seguito.
Affari e parvenudi Roberto PerottiNon conosco Ricucci, e come lutti ho grosse difficoltà a capire che cosa esattamente abbia fatto. Non ho invece difficoltà a credere al fondamento delle accuse che gli vengono portate, e tutto ciò che segue non va interpretato come un tentativo di giustificare eventuali comportamenti illegali. Ma trovo la canea che si scatena contro Ricucci e gli immobiliaristi uno spettacolo poco edificante. Di imprenditori dal passato e dal presente chiacchierato è piena l'Italia. Ma di quanti i giornali (compresi i più prestigiosi) si sentono in dovere di ricordare le origini — «il figlio del tranviere di Roma», «l'odontotecnico di Zagarolo» — ogni volta che parlano di loro? Di quanti raccontano con tanta insistenza le vanterie un po' rusticane, le battute non sempre finissime, persino l'imbarazzo e i sorrisi di compatimento dei commensali più blasonati? Di quanti riportano con palese compiacimento gli errori di grammatica e di sintassi, e addirittura l'accento romanesco ogni volta che li citano? Sarebbe giustamente inconcepibile, e assolutamente politicalty incorrect, trascrivere in un'intervista a Totti la dizione romanesca: ma nel caso di Ricucci tutto è permesso per suscitare la facile ironia del lettore. I guai giudiziari non c'entrano: ben prima di essi, Ricucci e compagni erano già diventati gli zimbelli dell'establishment economico e culturale. Un motivo immediato è il delitto di lesa maestà, la scalata (peraltro alquanto maldestra) al salotto buono del Corriere della Sera. Ma i motivi veri sono più profondi, e anche questi antecedènti la scalata. L'avversione al mercato. Il primo è la storica avversione al mercato della società italiana. Per molti è inconcepibile che qualcuno faccia soldi — e per di più, in fretta — comprando immobili e rivendendoli un mese dopo. È immorale guadagnarci senza metterci niente di proprio fra le due operazioni: L'immobile che Ricucci vendeva a 100 era lo stesso che poco prima aveva comprato a 50. Ma non mi risulta che abbia mai obbligato nessuno a comprare. E soprattutto, un immobiliarista fa quello che tutti noi tentiamo di fare: comprare a poco per rivendere a tanto, per esempio quando investiamo in fondi di investimento nella speranza che aumentino di valore, senza alcun intervento da parte nostra. E non conosco nessuno che, avendo comprato un piccolo appartamento al mare per i figli, si faccia venire i sensi di colpa quando lo rivende al doppio solo perché nel frattempo quella località è diventata molto popolare. Un discorso diverso, ovviamente, è se si pensa che le plusvalenze di Ricucci siano state tassate troppo poco. Questa è una posizione perfettamente legittima, ma allora parliamo di aliquote fiscali e lasciamo stare il romanesco e gli errori di sintassi. II razzismo culturale. Un secondo motivo per la generale avversione a Ricucci è il razzismo culturale che ancora pervade la nostra società. Per una certa mentalità cattolica e marxista soldi e profitti sono cose brutte, ma diventano in qualche modo più socialmente accettabili se si accompagnano a un minimo di cultura e magari a una solida tradizione familiare. L'idea sottostante, credo, è che cultura e pedigree aiutino a dare la "giusta" importanza al dio denaro. Per lo stesso motivo, rispettiamo un figlio di tranviere che sìa diventato professore d'università o avvocato di successo; ma un figlio di tranviere che abbia fatto soldi con un diploma da odontotecnico è automaticamente un parvenu rozzo ed esibizionista da esporre al pubblico ludibrio. La mobilità sociale va bene se ottenuta grazie ai titoli di studio e una lunga trafila o una professione "rispettabile"; non è accettabile se è ottenuta semplicemente con il vile denaro. A parole tutti sono per premiare il merito; ma quando si tratta di soldi invece che di carriera o di titoli di studiò, il merito diventa volgare "fiato per gli affari", qualcosa di disdicevole. Ricucci stesso è rimasto vittima di questa mentalità, comprandosi il titolo di "dottore" con la famosa laurea per corrispondenza a San Marino. Sarà vero che questa laurea vale poco o niente, ma questo il mercato lo sa benissimo, nessuno viene ingannato: perché scandalizzarsi se, come milioni di altri italiani, Ricucci tiene a poter mettere il titolo di "dottore" sul suo biglietto da visita? Ed anche parecchie università italiane rilasciano lauree che valgono molto poco: almeno Ricucci se l'è pagata tutta con i suoi soldi, senza gravare sul contribuente. Detto tutto questo, è perfettamente possibile che Ricucci ne abbia combinate di tutti i colori. L'aggiotaggio è un reato finanziario grave, che contribuisce a minare la fiducia nel mercato. Nessuno vuole minimizzarlo, ma anche in questo caso sarebbe opportuno non usare due pesi e due misure. Certi grandi gruppi finanziari e industriali italiani sono indagati per avere tentato di gabbare centinaia dei propri azionisti grandi e piccoli, reati non meno seri, Questo però non sembra averne minato in alcun modo prestigio e rispettabilità, anche perché la vicenda ha fatto solo una brevissima comparsa sui media. Ma certo, i loro dirigenti non parlano in romanesco, e non sono figli di tranvieri.

Straordinaria affermazione elettorale di
Leoluca Orlando in Sicilia: a Palermo con 36mila e 600 voti raccoglie da solo più voti di tutti i candidati della Margherita messi insieme; e con 50mila coglie un'affermazione tale che trascina con sé al Senato
Fabrio Giambrone, a soli 40 anni il più givoane senatore della Repubblica della prossima Legislatura.
Torna a soffiare, fresco, a Palermo e in tutta la Sicilia il vento di una Primavera di rinnovamento nel segno della pulizia, della cultura e dell'apertura al mondo.
Ad uscirne perdente è la triste scelta di Francesco Rutelli di espellere Luca dalla direzione della Margherita per negargli la candidatura dopo che questi aveva ideato e sostenuto la candidatura alle primarie per presidente della Regione di Rita Borsellino: Francesco, la vecchia cultura delle appartenenze da apparato che da tempo ti ispira l'ex segretario della Cisl che ti sei messo accanto, nel 2006 non serve più a nulla.
E in politica, come nella vita, si impara tanto e di frequente dai propri errori.
Fabio Giambrone è fra i pochi a non avere lasciato Luca dopo le dimissioni da sindaco alla fine del 2000. Ed è particolarmente saggia la scelta di Luca di candidarlo come capolista al Senato perché se è finita la cultura delle appartenenze, negli anni di caotica frenesia e umoralità che viviamo, l'organizzazione, il metodo e la continuità sono preziose virtù che torneranno straordinariamente utili al lavoro parlamentare e di costruzione di una nuova classe dirigente per la Sicilia cui Luca si dedica e si dedicherà con la passione di sempre.
Prosit!

Il
4 aprile alle 10 e 30 il candidato capolista (alla Camera) in Sicilia di Italia dei Valori --
Leoluca Orlando -- parla al Cnr (
via La Malfa 153) delle nuove politiche della ricerca per Palermo e per la Sicilia.
Ingresso libero.

Va
giù il primo dei mostruosi palazzi costruiti dai Matarrese a Punta Perotti, sul lungomare di Bari. L'inizio della fine dell'epoca del vitello d'oro come evocato oggi da una splendida intervista di
Mimì La Cavera all'edizione palermitana di Repubblica .
Questa idea tutta televisiva che
il fine della vita sia diventare vallette o presentatori; e che ognuno possa fare quello che crede, senza regole, limiti e doveri. Il premier italiano che dice "
è giusto evadere le tasse". E quelli lo prendono in parola: 400mila miliardi di evasione e lo Stato che si indebita sempre di più per pagare gli stipendi.
Oppure, "
padroni a casa propria". Ed ecco le case dei siciliani in spiaggia; i balconi dei milanesi divenuti verande e i capannoni che deturpano il paesaggio veneto.
La fine dell'epoca del
freewheeling sessantottino per cui tutti, ma proprio tutti, gli ex capo-popolo di quell'epoca sfortunata si ritrovano a lavorare
alle dipendenze del premier uscente. E che ora, mi pare, si preparano ad andare a casa, mandatici dall'Epoca che cambia.