Paul - Mario Pagliaro's blog

Friday, April 21, 2006

 

Affari e parvenu: Ricucci vs. Fiat

Lo splendido articolo pubblicato oggi da Ferruccio de Bortoli a Roberto Perotti sul giornale della Confindustria -- sul trattamento riservato dalla stampa italiana a Ricucci e su quello alla Fiat di Torino -- fa onore alla dignità di de Bortoli, che certo avrà ricevuto la telefonata di rito da Montezemolo, e all'onestà intellettuale del professor Perotti.

E siccome è solo con l'onestà intellettuale che si può ripartire veramente, vi riporto integralmente l'articolo qui di seguito.

Affari e parvenu
di Roberto Perotti

Non conosco Ricucci, e come lutti ho grosse difficoltà a capire che cosa esattamente abbia fatto. Non ho invece difficoltà a credere al fondamento delle accuse che gli vengono portate, e tutto ciò che segue non va interpretato come un tentativo di giustificare eventuali comportamenti illegali. Ma trovo la canea che si scatena contro Ricucci e gli immobiliaristi uno spettacolo poco edificante. Di imprenditori dal passato e dal presente chiacchierato è piena l'Italia.

Ma di quanti i giornali (compresi i più prestigiosi) si sentono in dovere di ricordare le origini — «il figlio del tranviere di Roma», «l'odontotecnico di Zagarolo» — ogni volta che parlano di loro? Di quanti raccontano con tanta insistenza le vanterie un po' rusticane, le battute non sempre finissime, persino l'imbarazzo e i sorrisi di compatimento dei commensali più blasonati? Di quanti riportano con palese compiacimento gli errori di grammatica e di sintassi, e addirittura l'accento romanesco ogni volta che li citano?

Sarebbe giustamente inconcepibile, e assolutamente politicalty incorrect, trascrivere in un'intervista a Totti la dizione romanesca: ma nel caso di Ricucci tutto è permesso per suscitare la facile ironia del lettore. I guai giudiziari non c'entrano: ben prima di essi, Ricucci e compagni erano già diventati gli zimbelli dell'establishment economico e culturale. Un motivo immediato è il delitto di lesa maestà, la scalata (peraltro alquanto maldestra) al salotto buono del Corriere della Sera. Ma i motivi veri sono più profondi, e anche questi antecedènti la scalata. L'avversione al mercato. Il primo è la storica avversione al mercato della società italiana.

Per molti è inconcepibile che qualcuno faccia soldi — e per di più, in fretta — comprando immobili e rivendendoli un mese dopo. È immorale guadagnarci senza metterci niente di proprio fra le due operazioni: L'immobile che Ricucci vendeva a 100 era lo stesso che poco prima aveva comprato a 50. Ma non mi risulta che abbia mai obbligato nessuno a comprare. E soprattutto, un immobiliarista fa quello che tutti noi tentiamo di fare: comprare a poco per rivendere a tanto, per esempio quando investiamo in fondi di investimento nella speranza che aumentino di valore, senza alcun intervento da parte nostra.

E non conosco nessuno che, avendo comprato un piccolo appartamento al mare per i figli, si faccia venire i sensi di colpa quando lo rivende al doppio solo perché nel frattempo quella località è diventata molto popolare. Un discorso diverso, ovviamente, è se si pensa che le plusvalenze di Ricucci siano state tassate troppo poco. Questa è una posizione perfettamente legittima, ma allora parliamo di aliquote fiscali e lasciamo stare il romanesco e gli errori di sintassi. II razzismo culturale. Un secondo motivo per la generale avversione a Ricucci è il razzismo culturale che ancora pervade la nostra società.

Per una certa mentalità cattolica e marxista soldi e profitti sono cose brutte, ma diventano in qualche modo più socialmente accettabili se si accompagnano a un minimo di cultura e magari a una solida tradizione familiare. L'idea sottostante, credo, è che cultura e pedigree aiutino a dare la "giusta" importanza al dio denaro. Per lo stesso motivo, rispettiamo un figlio di tranviere che sìa diventato professore d'università o avvocato di successo; ma un figlio di tranviere che abbia fatto soldi con un diploma da odontotecnico è automaticamente un parvenu rozzo ed esibizionista da esporre al pubblico ludibrio.

La mobilità sociale va bene se ottenuta grazie ai titoli di studio e una lunga trafila o una professione "rispettabile"; non è accettabile se è ottenuta semplicemente con il vile denaro.

A parole tutti sono per premiare il merito; ma quando si tratta di soldi invece che di carriera o di titoli di studiò, il merito diventa volgare "fiato per gli affari", qualcosa di disdicevole. Ricucci stesso è rimasto vittima di questa mentalità, comprandosi il titolo di "dottore" con la famosa laurea per corrispondenza a San Marino. Sarà vero che questa laurea vale poco o niente, ma questo il mercato lo sa benissimo, nessuno viene ingannato: perché scandalizzarsi se, come milioni di altri italiani, Ricucci tiene a poter mettere il titolo di "dottore" sul suo biglietto da visita? Ed anche parecchie università italiane rilasciano lauree che valgono molto poco: almeno Ricucci se l'è pagata tutta con i suoi soldi, senza gravare sul contribuente.

Detto tutto questo, è perfettamente possibile che Ricucci ne abbia combinate di tutti i colori. L'aggiotaggio è un reato finanziario grave, che contribuisce a minare la fiducia nel mercato. Nessuno vuole minimizzarlo, ma anche in questo caso sarebbe opportuno non usare due pesi e due misure.

Certi grandi gruppi finanziari e industriali italiani sono indagati per avere tentato di gabbare centinaia dei propri azionisti grandi e piccoli, reati non meno seri, Questo però non sembra averne minato in alcun modo prestigio e rispettabilità, anche perché la vicenda ha fatto solo una brevissima comparsa sui media. Ma certo, i loro dirigenti non parlano in romanesco, e non sono figli di tranvieri.

Comments:
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