
Rapido
Massimo Moruzzi scrive ad Antonio Tombolini -- da anni teorico della
morte della pubblicità -- che Google incassa
mezzo miliardo di dollari di euro in 6 mesi in pubblicità.
Massimo è un giovane marketing manager da anni presente sul web con il suo blog, e sa di quel che parla. Ma il punto di vista di Antonio è più sottile. La pubblicità, intesa come forma tradizionale di interruzione non richiesta dell'utente,
sul web non funziona proprio. Banner e altre finestrelle che si aprono ("pop-up") incontrano solo il fastidio degli utenti.
Quello che funziona, sul web, è la comunicazione. Semplice,
pertinente e bidirezionale. La persone vanno sul web
per fare qualcosa. E i
Google Ads di cui parla Massimo -- presenti anche nel mio sito e in questo blog -- sono questo. Una semplice, non ingombrante forma di informazione per l'utente che, attraverso l'accordo fra le keywords acquistate dagli inserzionisti e i contenuti del sito,
propongono qualcosa che può essere rilevante per l'utente.
Il risultato? Funziona. Nel mio sito, ad esempio, il CTR (click-through-rate) medio è dell'1,32%: le persone accedono ai siti reclamizzati proprio perché gli interessano.
E' una cosa complessa e sorprendente, quest processo di fine della pubblicità: una cosa dialettica; e come tale va interpretata. Con una sana analisi marxista:
un'analisi concreta delle cose concrete.
Vedo che anche
Lele Pirella comincia ad essere preoccupato, di questa morte della pubblicità che lui esorcizza evocando la sempre millantata morte del romanzo. Ma quali siano i fattori concreti del processo, ve lo dico nella prossima edizione della mia newsletter (e per non dimenticarvela,
sottoscrivetela adesso).