Editoriale di Mario Pagliaro, 1 marzo, 2007:

Noi a Palermo - Pensieri e lavori in corso fra scienza e cultura

Feyerabend, a lezione, si sbracciava; cambiava continuamente il tono della voce; mescolava epoche e storie; persone e opere d’arte… infine, cedeva stravolto da due ore di mirabilie. Al che uno, finita la lezione, capiva bene di quali splendori dopotutto sia capace la mente umana.

E insisteva: “Non fate il lavaggio del cervello ai giovani con teorie ‘scientifiche’; ma emulate il Buddha: ‘Non credere a nulla che non ti convinca’… Voi giovani cambiate idea spesso, vero? Conservate questa attitudine come un tesoro! E poi insegnate ai vostri studenti che è quello che li salverà sempre”

È tutta qua l’idea di un’educazione libera. La pratica di uno scetticismo aperto e generalizzato; aperto, lo scetticismo, per evitare che si trasformi in cinismo; o, peggio, in quella rigidità – la fede nello scetticismo – dalla quale Feyerabend ci aveva appena messo in guardia.

E nel campo scientifico questa necessità di adottare uno spirito critico è paradossalmente più urgente che nelle cosiddette scienze umane e sociali.

Lavaggio del cervello. Propaganda. Mistificazione. Uso spregiudicato dei mass media. Sono solo alcune delle forme con le quali il dogmatismo scientista si manifesta scadendo nel ridicolo e rivelando il suo reale obiettivo: il denaro.

Nixon lancia la guerra al cancro negli anni ’60. Sono passati 50 anni, e il cancro nella società occidentale ha raggiunto livelli epidemici; i fisici degli anni ’50 giurano: avremo tutti un piccolo reattore nucleare a casa. È finita che stanno smantellando quelli grandi.

I chimici degli stessi anni non sono da meno: i nitrati daranno cibo a tutti. E invece abbiamo acque e suoli contaminati e migliaia di morti africani al giorno per inedia.

È soprattutto alla libertà della mente dai condizionamenti di idee solidificate in miti perniciosi che dobbiamo guardare.
Idee poi malamente imparate a memoria da svariate generazioni. Viene in mente a questo proposito Gramsci, che spiegava come la più grande conquista del proletariato sarebbe stata una scuola pubblica di alto livello. Quella sì che li avrebbe liberati, i poveri!

E infatti, la scuola in questione la creerà un marxista de facto come Giovanni Gentile (de facto perché se al cosiddetto “attualismo” sostituite “materialismo dialettico”, gli esiti pratici sono i medesimi: lo Stato interprete dei bisogni collettivi; il primato del futuro; l’educazione nazionale; la dialettica motore della storia; e gli intellettuali come lui o come Marx a ispirare la guida dello Stato) .

Questa educazione alla critica – la filosofia – la impareranno quattro generazioni di italiani a partire dagli anni ’20 e dopo la Guerra sarà sufficiente a fare di un paese contadino di semianalfabeti una grande potenza industriale ed economica.

Invece dunque del pensiero radicale che “lusinga la nostra pigrizia”, è proprio il “pensiero collettivo” come quello che ispirò la parte migliore della riforma Gentile a dimostrare l’utilità del pensiero applicato al bene della polis.

Che poi, cos’è questa polis odierna che tanto ripugna, ad esempio, a uno come Giorgio Bocca?

E’ un insieme caotico di individui in frenetico evolvere senza che ci sia nessuno a tirare le fila. A fare la sintesi sociale. Cioè, ricostruire i luoghi dove fare analisi sociale e imparare i processi di costruzione del consenso; dove imparare a identificare gli interessi collettivi e le istanze sociali; e poi costruire gruppi politici capaci di ampia rappresentatività uscendo da quella logica di semplificazione e chiusura che giustamente De Rita chiama “personalizzazione delle leadership” e che poi ha causato la fine delle esperienze dei sindaci degli anni ’90.

Ma sono gli individui il soggetto e l’oggetto del lavoro di un grande educatore. Uno come Max Stirner, ad esempio. Un pedagogo la cui pedagogia è quella che ci serve oggi per interloquire con ognuno dei nostri ragazzi, ascoltandone le attitudini e promuovendovi la forza vivificante del pensiero, che è anch’esso vita che dà vita.

Ricordate il film La Scuola? Che fa Silvio Orlando professore? Li ascolta, i suoi ragazzi; ci si diverte. Li guarda stupito invaghirsi per cose che mai lui avrebbe pensato possibili quando lo studente era lui. E in questo li asseconda.

Ma non li lascia soli, i suoi studenti. Non hanno solo i “problemi” che rovineranno il linguaggio – e la vita – della generazione del 1947. No. Gli mostra attraverso le storie che le loro vicende sono quelle degli antichi di cui leggono. Che l’amore, il potere delle idee, l’espressione, la vecchiaia e la morte sono cose che sconcertarono tanto Lucrezio e Cicerone quanto Aristofane e Leopardi.

Ut unum esse!

E quando guardate i vostri figli sedicenni che la sera non si staccano dal loro PC, state tranquilli. Non stanno soltanto visitando siti osé; si stanno parlando e stanno esprimendo pareri confrontandosi con gli altri.

Si esprimono usando 2mila parole e sono incapaci di scrivere?

Non è colpa, soltanto, della indecente televisione italiana. Sono, temo, i frutti del lavoro della “classe 1947”: i reduci del violento e grigio beat italiano che a scuola programmarono l’assemblea permanente quale surrogato della rivoluzione fallita.

Penso a Giulio Tremonti – Sondrio, 18 agosto 1947 – e a come sfidi la sua formidabile intelligenza parlando della necessità di “tornare alla responsabilità dopo la stagione rovinosa del ‘68”… Questo, naturalmente, dopo aver ideato ogni forma di condono legale possibile – fiscale, edilizio, televisivo, automobilistico e infine tombale: fate rientrare i soldi dall’estero, pagate il 2% e nessuno potrà controllare.

Dunque, se vogliamo che si (ri)parta dalla scuola, non è affatto a scuola che dobbiamo guardare: ma a chi i docenti della scuola è chiamato a formare. Cioè alle nostre povere università degli studi ridotte a “nave senza nocchier in gran tempesta”.

I ragazzi fanno in fretta a capire. Hanno sperimentato sulla loro pelle negli ultimi 5 anni come nella società transeunte, internazionale e frenetica della globalizzazione, si richiedano in realtà molto migliori capacità nel “leggere, scrivere e fare di conto”.E, in attesa che i ministri varino l’ennesima riforma universitaria, hanno iniziato a cercarsi da soli i grandi educatori. Gente seria che gli insegni a pensare insieme alla storia del pensiero. E che gli insegni anche come trovarsi un lavoro e nel lavoro avere successo.

Noi a Palermo abbiamo fondato l’ISEM: Institute for Scientific Methodology. Conoscere e saper fare. Teoria e capacità operative. Una scuola in cui l’educazione alla libertà procede dall’educazione all’amore per la propria unicità e per la bellezza del pensiero. Un luogo dove lezioni e corsi parlano della nostra unità; di Solov'ëv – che era un grande scienziato –, delle origini e della noosfera di Teilhard che ci attende; della dialettica sociale e di quella del pensiero; dell’infinito, e di come abbiamo incredibilmente imparato a gestirlo per i nostri calcoli, di Dostoevskij e dell’arte. Della scienza come parte viva della cultura.

E poi lezioni non su come scriversi il curriculum; ma su come farselo, un grande curriculum. E l’internet usata per il bene proprio e degli altri. E un rapporto sano con il denaro: come guadagnarlo e come farlo circolare per il bene, di nuovo, di se stessi e degli altri. Una scuola antica il cui obiettivo è quello di dargli davvero una mano, a questi ragazzi.

Tornando indietro per farli andare avanti.

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Questo articolo di Mario Pagliaro è stato pubblicato da Golem L'Indispensabile il primo marzo 2007 con il titolo Noi a Palermo.


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