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"Mimì, ma perché ti sei fissato con st'industria?...Come se non ci bastassero
i comunisti che già ci abbiamo. Mimì: l'industria covo di comunisti è!..." Mimì è il grande Domenico La Cavera, visionario presidente degli industriali siciliani che negli anni '50 si era messo in testa di portare lo sviluppo industriale in Sicilia. |
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Sarà fatto fuori dai confindustriali del nord che allo scopo usarano il
presidente della Regione di turno, negandogli la presidenza dell'ente che
'sto sviluppo lo avrebbe dovuto creare. Lo ricordava un anno fa lo stesso Mimì in occasione dei festeggiamenti per i 90 anni. In Sicilia, la classe operaia siciliana non riuscì a nascere mai; semplicemente, fu costretta ad emigrare in due turni. Uno, alla fine dell'800 con direzione New York. E l'altro, negli anni della sconfitta di Mimì con direzione Torino, Milano, Zurigo e il Belgio. Per capire chi fossero e come lavorassero, gli operai siciliani, vi basterà chiedere ad uno dei qualsiasi imprenditori chi fossero i suoi operai migliori: quelli più tenaci, abili e silenziosi. Il sogno di tutto il padronato, gli operai siciliani! Ed è così ancora oggi. Vado a Catania, sede del vecchio impianto SGS
della STMicroelectronics a farmi spiegare questo management ambientale. Me ne vado in bagno e mentre faccio per uscire eccomi travolto dagli operai alla pausa del mattino. Sono ragazzi da poco diplomati. Gridano come fossero ancora a scuola. ST li ha assunti e, al solito, li paga un quarto di quanto guadagnano i pari grado francesi (senza nemmeno pagarci granché di tasse perché l'azienda di tutti i benefici governativi possibili e immaginabili). A parte gli operai dello sgarrupato impianto di assemblaggio anni '50 della Fiat (con soldo regionale) di Termini Imerese, ci sono loro; ci sono i poveri operai costretti a respirare i veleni dei poli petrolchimici di Siracusa, Gela e Milazzo. E ancora, a Palermo, i carpentieri metalmeccanici della Fincantieri di Stato. In ogni caso, soltanto imprese di Stato – inclusa la ST saldamente controllata dai Governi francese e italiano. Gli altri, neanche una decina di migliaia, lavorano in nero per la miriade di piccole imprese edili ed elettriche che vivono di commesse pubbliche. E' questa, in Sicilia, la classe operaia nel 2006. |
Prima che vi imbastiscano una messa cantata sulla "sicilitudine" e altre amenità del genere, vale la pena capire perché altre regioni italiane di contadini cattolici saldamente controllati dal clero come Veneto e Marche, una classe operaia vasta e cosciente del suo ruolo invece ce l'abbiano avuta; così cosciente, da essersi giustamente fatta padronato negli ultimi 20!
L'analisi l'ha fatta il mio amico Marcello de Cecco e la ritrovate in
un libretto ("L'economia di Lucignolo") che fareste bene a rileggere.
Non funzionò perché, a differenza che in Veneto e Marche, in Sicilia c'era una
classe dirigente fatta di nobili famiglie diventate avide concessionari statali
che con lo Stato unitario aveva stretto un patto di non aggressione nel 1860; e
che per controllare le proprie terre usava sgherri analfabeti noti come
"mafiosi".
Che interesse avevano, costoro, a mettersi addirittura a fare impresa? A
lavorare?
Studiare?... Le lingue?... Ma a chi, a noi?... Ma come si permette?
Loro erano i traghetti sullo stretto; il commercio dei tabacchi; il mercato dei farmaci; il piroscafo Napoli-Palermo; il grano pagato da Bruxelles ad ettaro coltivato; lo zolfo rivenduto allo Stato per farci la polvere da sparo – il migliore zolfo, disse Lavoisier il grande! - i boschi fatti bruciare e poi ripagati e ripiantati a spese della Regione; la raccolta delle tasse in concessione; i fondi regionali per la "formazione"; e poi i rifiuti degli amici settentrionali, poveretti, vessati dai governi comunisti loro... Che venissero da noi, in Sicilia... Che c'è spazio per tutti.
Volete, che ne so, costruire un inceneritore di rifiuti in città? Così da non pagare nemmeno il gasolio dei camion per portare i rifiuti lontano?
Vengano, signori, vengano in Sicilia...
Eppure, chi sa in Italia che il primo piroscafo italiano a fare la traversata dell'Oceano Atlantico fu il Sicilia (1856) costruito da Palermo dalla classe operaia locale nel magnifico cantiere dei Florio?
E la cupola del Teatro Massimo? Un emisfero immenso poggiato su una struttura metallica reticolare che a sua volta s'appoggia ad un sistema di rulli a consentirne gli spostamenti dovuti alle variazioni di temperatura. Un unico blocco di fusione di bronzo realizzato nella fonderia dei Florio che a tutt'oggi lascia sconcertati gli ingegneri che la vanno a visitare.
Opera della classe operaia siciliana e dei loro datori di lavoro negli anni '80 dell'Ottocento. D'altra parte non fu il grande Karl Marx a spiegare che il potenziale rivoluzionario dei tempi era dovuto alle opere senza precedenti della borghesia? Niente borghesia, niente proletariato sfruttato e poi organizzato dai figli illuminati della borghesia stessa. Al massimo, contadini senza macchine nei latifondi. Ma i contadini senza operai non fanno le rivoluzioni: Ecco perché la falce e il martello.
E infatti, apre il Teatro Massimo a Palermo, e via con i Fasci Siciliani: 1891.
Che già i notabili si erano preoccupati; e che se ricordarono a lungo; e che furono felici, ma così felici, quando il cavaliere Benito Mussolini, lui sì "uomo della Provvidenza", gli aveva fatto mettere la testa a posto, a questi comunisti, innanzitutto in Sicilia...
Il cavaliere fa brutte amicizie; da queste parti ancora se ne parla ("Ah, se non si fosse fidato di Hitler"...). Viene la guerra. Che in Sicilia non significa niente, se non per i figli dei contadini coscritti e mandati a morire, fino al 1943. Quando iniziano a cadere le bombe – molte bombe: bombe serie come non se ne erano mai viste – e i notabili a Catania e a Palermo perdevano i palazzi.
I poveri Principi Tomasi di Lampedusa!... i poveri Alliata!... e i Chiaramonte!...i Bonanno!... i Ramirez!... Gli Arezzo!... Tutti sfollati in campagna da questi americani; che ancora mia nonna me li citava con infinito disprezzo.
Il Fronte popolare è in maggioranza alle elezioni regionali del 20 aprile 1947. Questo, sfortunatamente, non rientra negli accordi presi a Yalta da Stalin e Roosvelt per spartirsi il mondo in sfere di influenza.
Vi si porrà rapidamente rimedio 11 giorni dopo con la strage di Portella della Ginestra.
Nené Macaluso è il primo segretario della Cgil e poi, per 50 anni, uno dei migliori dirigenti del Pci. Nené che ogni mattina telefona a Mimì...Amici fraterni.. E lì a ripensare che cosa fosse andato storto... Perché ancora oggi in Sicilia chi voglia lavorare sia costretto ad emigrare.
In breve, alla fine della guerra, tutta l'arte della classe operaia – inclusi i suoi dirigenti -- si trasferirà altrove. La Sicilia resterà terra per facili politiche di divide et impera.
Politiche semplici: Non appena emergesse una personalità rilevante e tendente all'autonomia dell'agire per il bene dei suoi - chessò: Luigi Sturzo, Giuseppe D'Angelo, Silvio Milazzo, Nené Macaluso, Piersanti Mattarella, Leoluca Orlando, Calogero Mannino, Giovanni Falcone - si proceda ad eliminarli. Prima con le buone. E poi, eventualmente, con le cattive.
Nel mondo, i successi degli operai siciliani diventano imprese come la Cablelettra a Milano. Gli scienziati siciliani inventano farmaci salvavita in California; i giornalisti siciliani assumono la direzione dei Tg nazionali.
Ma l'assenza della classe operaia (e quindi della borghesia produttiva) in Sicilia, ne rende placida – cioè morta – la vita sociale. E i migliori siciliani continuano a prendere l'aereo (che almeno è diventato low cost).
Questo articolo di Mario Pagliaro è stato pubblicato da Golem L'Indispensabile il primo ottobre 2006 con il titolo Operai in Sicilia.