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"Anything Goes".
(ad ispirare la pratica della scienza, cioè, "tutto può andar bene"). Sono passati ventidue anni da quando l'austriaco Paul Feyerabend scandalizzò il mondo degli scienziati e quello dei filosofi della scienza mostrandogli che il metodo scientifico da essi presunto come universale era in realtà del tutto cangiante con i luoghi, le storie e le attitudini delle persone che praticavano il loro lavoro: la ricerca scientifica. |
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"Un giorno avrei maledetto quel libro", scriverà poi Paul nella sua
autobiografia. Non sa ancora che a citarlo ammirato nei suoi scritti troverà
anche Joseph Ratzinger, un formidabile teologo e sacerdote cattolico
che aveva scritto ragazzo molte delle cose migliori del Concilio Vaticano II.
Paul era un ragazzo di tale brillantezza che i nazisti tedeschi che lo
avevano reclutato per la guerra in Russia dopo l'Anschluss erano stati
chiari: "tu ci servirai dopo la guerra". Dopo la guerra, grazie al cielo, i nazisti entrano nel passato come la maggiore vergogna della storia umana. E Paul se ne va a Cambridge a studiare con il concittadino Wittgenstein; ma Ludwig muore e a Paul non resta che entrare nel giro di Popper, nel frattempo esule anche lui alla London School of Economics. Of Economics: chiaro? Questo per dire che prima dell'inebetimento generale che ispira gli studi correnti di economia e management, ad economia si studiava la filosofia: "la più pura di tutte le scienze perché- aveva detto Aristotele - ha come oggetto soltanto se stessa". Ora, Paul attaccava la più potente delle attività umane: quella scienza che in poco tempo – applicata in modo sistematico alla tecnica - aveva dato all'uomo le chiavi per fare uscire dalla fame e dal bisogno centinaia di milioni di persone. Ed anche – con la bomba nucleare - i mezzi pratici per autodistruggerci
tutti in poche ore. Ma Popper ne aveva uno ben più ambizioso, di programma: formulare una filosofia che li mettesse al centro della vita umana con la completa egemonia su tutte le altre dimensioni della vita intellettuale. Nelle università, nei centri di ricerca, nei giornali e nelle riviste erano gli scienziati che dovevano avere l'ultima parola. E naturalmente anche nella televisione (dove, però, sarebbe andata in modo molto diverso). |
Voi pensate, giustamente, che uno così gli altri scienziati lo avrebbero isolato e distrutto.
E invece è a Berlino e poi a Berkeley, favolosa fucina di Nobel e del '68 americano, che Paul metterà scompiglio con le sue lezioni rivoluzionarie frequentate da centinaia di studenti di tutte le etnie.
E infine persino nel tempio della cultura tecnica europea, quel Politecnico di Zurigo dove mai vi sareste aspettati di trovarlo a far lezione; se non fosse che Zurigo era la città di Jung, Klee e di molta della migliore avanguardia artistica e culturale del Novecento.
"Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza", aveva scritto nel sottotitolo del suo capolavoro.
Che gli scienziati studiassero Tristan Tzara e il Dadaismo; e non le banalità puerili abbellite dal gergo filosofico di Popper e dei suoi amici razionalisti, logici, neopositivisti o neokantiani che fossero.
"Science" gli commissiona una column settimanale. Lui non perde occasione di polemizzare. Quando muore nel 1994 forse nemmeno lui pensa che il suo lavoro disvelatore avrebbe avuto un simile impatto sulla cultura mondiale.
Malridotti nel ghetto culturale nel quale da un secolo abbondante si trovano rinchiusi, gli scienziati – rappresentanti di quelli che uno dei migliori fra loro stessi, Jean Marc Lévy-Leblond, chiama "le scienze inumane e asociali" – vengono consultati soltanto per esprimere i pareri che i governi vogliono sentirsi dire; e dai giornali per parlare di clima, cibo e malattie.
Delle vicende passate delle loro discipline non sanno, in larga maggioranza, nulla.
Né nulla sanno di quello che i colleghi della porta accanto pure studiano con eguale senso di alienazione: "Gli specialisti dei quark non conoscono la spiegazione dell'arcobaleno. Gli astrofisici non sanno in generale riconoscere le stelle e i pianeti visibili, e i biologi sono dei pessimi naturalisti", dice ancora JMLL.
La perfetta eterogenesi dei fini: nata per liberare l'uomo e aiutarlo a "non viver come bruti", la scienza persegue obiettivi che si divaricano drammaticamente da quelli della vita quotidiana.
E' il trionfo del "delirio di pochi che non fa per nulla la felicità degli altri" intuito dal medico Céline già negli anni Venti.
Feyerabend e Lévy-Leblond ci spiegano perché si è arrivati a questa crisi e come uscirne; cioè, ripensando integralmente l'educazione universitaria degli scienziati integrandola con gli elementi di storia, di filosofia, di sociologia, di economia delle scienze che sono ormai indispensabili al lavoro scientifico tout court.
E poi, "creare la scienza classica – continua Jean-Marc – proprio come fece Mendelssohn quando nel 1830 creò letteralmente la musica classica facendo riscoprire Bach ai suoi contemporanei".
Un programma vasto, si sa. Ma che occorre affrontare per affrontare la crisi della scienza scaduta a tecnoscienza e a fiction televisiva.
Questo articolo di Mario Pagliaro è stato pubblicato da Golem L'Indispensabile il primo dicembre 2006 con il titolo Dada in laboratorio.