| qualitas1998.net
|
| Cerca |
|
Con lo scorporo di Tim da Telecom Italia per la prossima messa in vendita
del primo operatore di telecomunicazioni mobile del Paese, giusto qualche mese
dopo la vendita di Autostrade agli spagnoli di Abertis, si chiude la vicenda
delle privatizzazioni italiane, giustamente definite “post-sovietiche”.
Telecomunicazioni mobili, e non telefonia; per dire che la rete di Tim veicola per aria -- senza fili e senza prese -- il segnale internet (IP) col quale potete leggere la posta elettronica, operare sul Web e vedere la televisione. |
|
In due parole, il business più importante di qualsiasi grande Paese
industriale. Un business dal quale, dopo la vendita di Omnitel a Vodafone, e
di Wind a Sawiris l’Italia resterà fuori: niente produttori di
hardware e niente industria delle Tlc a rifornire operatori che,
evidentemente, si approvvigionano a casa loro.
E infatti quale degli altri grandi Paesi concorrenti ha proceduto a dismettere la compagnia telefonica nazionale? Non gli spagnoli che con Telefonica sono anzi partiti alla conquista del mercato sudamericano; non i tedeschi né tantomeno i francesi o gli svedesi. Il presidente del Consiglio si dice giustamente sconcertato lamentando di essere stato tenuto addirittura all’oscuro di quanto accade. Al solito, però, si tratta di un esito largamente annunciato, la cui origine sta nei numeri, al solito rivelatori: 41 miliardi di debiti. Forse allora vale la pena riandare a questa privatizzazione simbolo degli anni ’90. La Stet, la finanziaria che oltre a Telecom e Tim comprendeva Seat, Italtel e altri gioielli dell’industria italiana, è stata venduta 16mila miliardi di lire con Ciampi ministro e Draghi direttore generale del Tesoro. Colaninno 2 anni dopo l'ha pagata (a debito) 60mila miliardi; e 2 anni dopo lo stesso Colaninno ha venduto a Tronchetti a 120mila miliardi che avendola comprata anche a lui con i crediti delle banche oggi scorpora Tim per venderla e ripagare i debiti. E’ la fine dell’ideologia -- perché di questo si tratta -- del liberismo economico in Italia, messa di fronte alla realtà delle cose e alla tradizione storica delle grandi famiglie industriali italiane. Una tradizione cui il nostro premier avrebbe dovuto guardare con maggiore sapienza quando decise di vendere la telefonia su un “mercato” come quello italiano, dove Fiat con lo 0.6% del capitale si ritroverà padrone dell’azienda; prima di vendere ad una cordata capitanata da un ex produttore di marmitte. E d’altra parte è stato lo stesso Francesco Giavazzi, con la consueta onestà intellettuale, a riconoscerlo: “Per gas e telefoni, che operano nel mercato interno protetto, c’è la fila. Mai visto però un imprenditore italiano farsi avanti per comprare Finmeccanica”. |
Mi collego a Internet col mio portatile qui in vacanza in un piccolo centro in riva al mare della sperduta Sicilia utilizzando la rete “Edge” voluta dal grande manager pubblico Mauro Sentinelli.
Una rete ubiqua e stabile, costruita in larga parte coi soldi dei contribuenti quando Tim era parte di Stet. Pochi minuti e “carico” su un server negli Stati Uniti il mio ultimo articolo scientifico. Ripenso a Ernesto Pascale, Biagio Agnes e gli altri che furono messi alla gogna. “Quando ero socialista, ero convinto che i padroni fossero degli idioti. Ora che sono capo del governo, so per certo che i padroni italiani sono degli idioti” scriveva Mussolini a Beneduce commentando la richiesta di salvataggio pubblico della Società idroelettrica piemontese (la Sip).
Lasciando Genova per diventare segretario, il cardinale Tarcisio Bertone saluta gli industriali dicendo che la grande industria non deve essere mortificata ma che purtroppo manca ancora il “sistema Italia”. Ma fu la Chiesa, con Padre Gemelli, a creare la scuola dei “professorini” da cui uscirono Amintore Fanfani e Giorgio La Pira.
Una scuola che oggi non esiste più e che forse -- penso anche al recente richiamo del presidente del Senato per un ruolo meno invisibile dei cattolici in politica – meriterebbe di essere rifondata se non vogliamo che i nostri figli finiscano tutti a lavorare in fast food e call center.
Il corso L'impresa snella. Questo articolo di Mario Pagliaro è stato pubblicato da Europa il 15 settembre 2006 con il titolo Se perde Tim, l'Italia perde (PDF).
Tutti gli editoriali di Mario Pagliaro (lista completa)