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Prima di lasciare la Ragioneria dello Stato lo scorso anno, il professor
Vittorio Grilli, un economista con dottorato a Ithaca alla New York
University, volle rinnovare i vecchi ambienti dell’amministrazione in via XX
Settembre dotandoli anche di nuovi computer e metodi per l’apprendimento
telematico.
Per ricompensa, il maggior sindacato italiano ritenne di dovere segnalare la cosa alla Corte dei Conti. |
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“E’ impressionante -- ha scritto di recente Giuseppe De Rita presentando una
formidabile analisi della crisi delle istituzioni – vagare per ministeri surrealmente vuoti; è impressionante vedere enti pubblici pieni di personale
attento solo alla sua permanenza sul posto e infarcite di clientes”.
E siccome i vuoti si riempiono, il sindacato nato per difendere ed espandere i diritti dei lavoratori finisce col divenire gestore degli enti che lo Stato non è più in grado di dotare di una classe dirigente credibile e culturalmente all’altezza. Il settore della ricerca pubblica non fa eccezione. Al Cnr, dopo un primo commissariamento esauritosi dopo un anno senza alcun esito, il Governo nominava alla presidenza un fisico sconosciuto, “autore -- scrivono sconcertati i più grandi scienziati italiani sul numero di Nature del 16 marzo -- di 3 lavori scientifici senza alcun impatto; e non di 150 lavori come da lui dichiarato al Parlamento”. Questi, ça va sans dire, iniziava una riorganizzazione dell’ente basata su oscuri criteri; per i quali, giusto a titolo di esempio, lo straordinario Istituto dell’energia di Messina -- decine di ricercatori al lavoro per lo sviluppo industriale dei primi generatori di energia dall’idrogeno italiani grazie a milioni di euro di finanziamenti esterni al Cnr -- veniva giudicato privo di adeguata “massa critica” (?). “La tecnologia è la fisica più la politica”, disse genialmente Max Born negli anni ’20. Nell’opinione unanime dei migliori economisti internazionali, l’Italia è in crisi perché i prodotti italiani sono obsoleti e la produttività totale del lavoro è bassa. I prodotti hanno un basso contenuto di innovazione tecnologica e i metodi di lavoro sono quelli degli anni ’70, tragicamente obsoleti. In Italia, però, la fisica sta bene: il Paese è l’ottava potenza scientifica mondiale (misurata dal numero di pubblicazioni scientifiche internazionali). Quindi, a non funzionare è la politica. Poco più di un anno fa, incontrando i giornalisti a Portofino un sabato mattina il presidente del Consiglio uscente si lamentava sconsolato: “A me il Cnr mi costa mille miliardi l’anno e non fanno assolutamente nulla”. |
E cosa se ne faccia nel 2006 un ente di ricerca moderno di 4mila e 400 persone per farlo funzionare è presto detto: nulla.
E infatti, ancora nel 2006 il 90% dei soldi menzionati dal presidente del Consiglio -- che in realtà sono 1200 miliardi delle vecchie lire -- il Cnr li spende in stipendi e spese di funzionamento.
E allora, perché non rinnovarlo veramente, questo Cnr? Il Governo eletto nel 2001 ha avuto tutto il tempo -- ed i voti -- necessari a farne un ente efficiente realmente al servizio dello sviluppo del Paese. E quindi: riallocare le migliaia di dipendenti amministrativi in altre amministrazioni dello Stato storicamente sottodimensionate come i Beni culturali; rimuovere tutti i vecchi dirigenti, palesemente inadeguati; e introdurre criteri di merito: promuovendo i ricercatori migliori – facilmente identificabili dalla produttività scientifica -- e distribuendo le risorse attraverso commissioni internazionali al di fuori del controllo del Cnr.
Cinque anni dopo, i dirigenti responsabili del fallimento sono tutti ai loro posti. Le appartenenze, sindacali e partitiche, continuano a fare premio sul merito.
I migliori talenti scientifici emigrano senza rimpianti col risultato di privare il Paese delle uniche risorse veramente necessarie a fronteggiare le sfide competitive poste dalla globalizzazione al nostro sistema produttivo. Ma il tempo si è fatto breve. E il prossimo Governo avrà il compito di ideare e mettere in atto una politica della ricerca basata sul merito, l’apertura internazionale e la concorrenza.
Magari fondando anche quell’Istituto italiano di management senza il quale lo Stato continuerà a non trovare gli uomini e le donne che avranno il compito di rendere concreti i propositi di miglioramento delle leggi.
Il corso La Pubblica amministrazione snella. Questo articolo di Mario Pagliaro è stato pubblicato da Europa il 23 marzo 2006.