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E’ stato lo stesso Antonio Bassolino in un’intervista di più di un mese fa a Giuseppe D’Avanzo su Repubblica a fare autocritica, riconoscendo che l’idea che a Napoli potessero farcela da soli, come pure avevano pensato di fare quando era sindaco, era sbagliata. E che alle grandi imprese dell’economia pubblica progettata per Napoli da due napoletani come Alberto Beneduce, negli anni ’30 e ’40, e Giorgio Napolitano negli anni ’70, non era certo sostituibile uno sviluppo basato sull’immagine, il turismo e la ricerca. |
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Sta tutta qui l’origine della crisi sociale di quelle che Giulio Tremonti ha
definito “ex capitali, divenute prefetture”: Napoli, Palermo, Catania, Bari e
Reggio Calabria. Nell’incapacità da parte del centrosinistra che liquidava le Partecipazioni statali di pensare ad uno sviluppo concreto del Meridione che non si risolvesse in quella politica economica ottocentesca e da notabili che saranno la Legge 488 del 1992, i Patti territoriali e la formazione professionale con i fondi UE. Ed è nelle condizioni di sottosviluppo economico degli anni ’90, che si crearono quelle dell’attuale crisi politica. Quando la gran parte delle città del sud fu amministrata da giunte di centrosinistra che pur avendo conseguito importanti risultati amministrativi non riuscirono a costruire un sistema per la formazione della classe dirigente che avrebbe dovuto accompagnarne l’azione. Né ebbero da parte della classe politica nazionale quel sostegno, fatto appunto di una nuova politica economica, capace di creare sviluppo economico del territorio; al posto del quale arrivò una politica fatta, letteralmente, di desertificazione industriale con la chiusura – persino – delle manifatture dei tabacchi. Quindici anni dopo, il risultato è che privi della possibilità di accedere ad un sistema produttivo moderno, i giovani meridionali affollano le loro università per diventare la nuova manodopera intellettuale acquistata a basso costo dalle imprese non solo settentrionali ma adesso anche straniere. A Francesco Giambrone, formidabile assessore alla cultura delle giunte Orlando a Palermo negli anni ‘90, che si chiede quale sia il punto di non ritorno dell’azione di rinnovamento politico si può rispondere che quel punto sarà raggiunto quando i politici meridionali impareranno a costruire nuovamente una democrazia basata sul confronto sociale e la composizione dei diversi interessi. Un’analisi concreta del processo di formazione delle classi dirigenti meridionali ne rivela infatti rapidamente le debolezze strutturali che poi portano ai risultati conosciuti. Ad esempio, negli anni ’90 non nacquero né a Palermo né a Napoli nuove riviste; e non fu creato nessun luogo stabile di confronto per l’elaborazione politica; che a differenza dell’attività amministrativa, è innanzitutto elaborazione di idee e progettualità nate interpretando l’interesse generale. D’altra parte, negli altri luoghi principali di formazione della classe dirigente – università, sindacato, banche e partiti – si consolidava lo stesso meccanismo fallimentare di selezione entrato in vigore nel 1994, e cioè la cooptazione per appartenenza. |
Per invertire l’emarginazione meridionale occorre lavorare quindi alla creazione di luoghi stabili e dotati di efficacia antica per la formazione politica dei giovani, che è prima di tutto umana e culturale. Era quello che facevano sia il Pci (penso tanto a Napoleone Colajanni) che la Chiesa (penso a Padre Sorge inviato dalla Chiesa al centro “Arrupe” di una Palermo sconvolta dalla barbarie mafiosa).
A Palermo nel 1985 ai ragazzini di un corso tenuto al “Gonzaga” -- ma frequentato da quelli del “Garibaldi” -- padre Sorge insegnava un’idea semplice ma potente per il rinnovamento spirituale e programmatico della classe politica.
Sui valori si costruisce il partito. Ma poi è necessario che tensione progettuale e spirito di servizio siano declinati nella pratica della democrazia attraverso l’azione politica svolta nella società.
E invece, al Sud, è proprio la domanda di partecipazione ad essere in pieno smottamento; con una partecipazione al voto elettorale che alle Politiche di quest’anno è stata (in media) del 70%. Fino al clamoroso dato delle elezioni regionali siciliane di giugno quando ha votato soltanto il 59% del corpo elettorale.
In questo modo usciremo da quella logica di semplificazione e chiusura che giustamente De Rita chiama “personalizzazione delle leadership” e che poi ha causato la fine delle esperienze dei sindaci degli anni ’90. Ricostruire i luoghi dove fare analisi sociale, imparare i processi di costruzione del consenso; e usare il consenso per varare politiche economiche pubbliche forti e serie sostenute da gruppi politici dotati tanto di ampia rappresentatività che di visione.
Ecco i formidabili compiti che toccano a chi voglia costruire la nuova classe dirigente meridionale.
Il corso La pubblica amministrazione snella. Questo articolo di Mario Pagliaro è stato pubblicato da Europa il 12 dicembre 2006 con il titolo Una nuova classe dirigente per il Sud emarginato. Tutta da costruire (PDF).
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